Un passo alla volta della nostra forma di governo parlamentare rimane ben poco. Sono anni che si denuncia la perdita di centralità delle Assemblee legislative. Era l’inizio del secolo quando Leopoldo Elia, costituzionalista di grande sensibilità e rigore, evidenziava i pericoli di una «fuga dal parlamento» e i rischi di una involuzione. Timori che si sarebbero poi concretizzati nelle proposte di accentramento dei poteri nelle mani degli esecutivi. Sempre alle soglie del nuovo millennio si è provato a rivitalizzare l’organo della rappresentanza politica attraverso modifiche dei regolamenti parlamentari che favorissero la decisione rispetto alla discussione e alla ricerca del compromesso.
Fu teorizzato, da parte dello stesso presidente della camera del tempo, che era necessario instaurare una «democrazia decidente», sottovalutando evidentemente il fatto che le democrazie oltre a decidere devono anche avere luoghi di confronto reale e di discussione leale. È il parlamento kelseniano, che si pone come sede del «compromesso», che deve essere in ogni caso salvaguardato. In assenza di questa condizione – ammoniva il maestro del parlamentarismo contemporaneo – non si ha democrazia («la sorte del parlamentarismo è quindi legata la sorte della stessa democrazia»). Nel corso del tempo, anno dopo anno, legislatura dopo legislatura, le Camere sono sempre più diventate, per utilizzare una famosa espressione di Carl Schmitt, solo «un teatro della divisione pluralista della società», un palcoscenico privo di potere reale.
Nel frattempo, s’è compiuta anche la definitiva trasformazione dei sistemi elettorali. Da strumenti per dare rappresentanza alla società e alle diverse sensibilità, culture, opinioni politiche, si sono ridotti a meri meccanismi per la trasformazione dei voti in seggi, perseguendo l’unico scopo di garantire maggioranze precostituite e selezionare eletti espressione dei partiti anziché degli elettori. È dovuta intervenire la Consulta per ricordare come la governabilità può pur essere considerata un obiettivo legittimo, ma che è la rappresentanza politica il fondamento della democrazia. Tuttavia, nonostante le chiare parole del giudice delle leggi, non si è cambiato orizzonte e ancora stiamo discutendo sistemi elettorali con l’unico scopo di assicurare un governo al paese. In fondo l’anticamera degli Stati autoritari, certamente i più stabili e con i governi più duraturi.
A quest’insieme di torsioni si sono affiancate prassi che hanno accentuato i vizi, rendendo il parlamentarismo un simulacro di sé stesso. Basta pensare al fatto che oggi nelle camere il confronto tra maggioranza e opposizione è inesistente: il governo fa tutto, i parlamentari nulla. Approva decreti-legge senza alcun presupposto di straordinaria necessità e urgenza, su materie di diretto rilievo costituzionale incidendo sulle libertà e i diritti fondamentali; impedisce ogni libera discussione richiedendo ad libitum fiducie che fanno cadere non solo il confronto con le opposizioni, ma anche la dialettica interna alle stesse forze di maggioranza.
È in questo quadro di crisi profonda del parlamentarismo che si inserisce il ruolo di supplenza del capo dello Stato. Entro certa misura inevitabile e persino opportuno. In qualità di garante della Costituzione su di lui si scaricano molte tensioni che non trovano sfogo nella normale dialettica politica. Così l’interlocuzione tra governo e Presidente diventa centrale per evitare le più manifeste illegittimità costituzionali. Ma, bisogna essere anche consapevoli dei limiti entro cui può esercitarsi la moral suasion presidenziale. Non può ritenersi possa sostituire la normale dialettica politica, neppure può sostituire il fisiologico controllo sulla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti del governo.
Opera un uno spazio decisivo, ma non risolutivo. Tanto più decisivo di questi tempi perché nel vuoto della politica democratica-parlamentare il ruolo di «opposizione costituzionale» è spesso alla base degli interventi presidenziali, che provano ad impedire (o forse solo ostacolare) la caduta del Paese in una situazione di dominio della maggioranza che tende ad operare senza limiti né politici, né costituzionali. Ma è anche spesso un intervento non risolutivo perché si fonda sul principio della leale collaborazione tra poteri che presupporrebbe il massimo ascolto da parte delle forze di governo. Se queste non si arrestano davanti ai moniti presidenziali il potere informale del presidente rischia di essere recessivo. E questa maggioranza non mostra grande sensibilità costituzionale.
Lo dimostrano le vicende che hanno accompagnato i due ultimi «pacchetti sicurezza». Noti i tentativi del presidente di far eliminare le norme più manifestamente incostituzionali, le interlocuzioni con il governo e gli esiti di tali sollecitazioni. I risultati sono stati praticamente nulli. Anzi si sta affermando una prassi di rispetto formale, ma non sostanziale delle indicazioni presidenziali. Nell’ultimo caso, le modifiche che sarebbero state concordate con il Quirinale (per quel che è dato sapere) non hanno impedito l’introduzione di un fermo di polizia del tutto indefinito; né uno scudo per chi in modo altrettanto indeterminato usa la violenza giustificata da un presunto e non accertato stato di necessità, giungendo peraltro a peggiorare il testo originario che si limitava all’uso della violenza da parte della polizia in situazioni di ordine pubblico ed ora viene esteso anche ai privati; né sono state espunte o almeno attenuate le molteplici misure tutte convergenti verso una forte restrizione della libertà di riunione.
Di fronte alla situazione di crisi che abbiamo tratteggiato possono trarsi una serie di conclusioni che richiamano tutti alla propria responsabilità. Anzitutto i cittadini che devono tornare prendere la parola e non farsi intimidire dal clima. Scendere in piazza per protestare «pacificamente e senz’armi», per far valere i propri diritti costituzionali diventa ancor più necessario se si vuole far sentire la voce di quel popolo che nella nostra democrazia è il titolare della sovranità e che deve esercitarla nelle forme e nei limiti della costituzione e non del volere della maggioranza pro tempore al governo.
Inoltre, chiama in causa le forze politiche, che devono ripristinare una dialettica parlamentare, richiedendo a gran voce il rispetto dello «statuto» delle opposizioni. Coordinandosi tra loro perché non è più solo una questione di questo o quel partito politico, ma è ora in gioco la democrazia parlamentare. Infine, del Presidente della Repubblica che si vede sospinto al centro della contesa, ma che non può farsi partecipe di una trasformazione per via di fatto della Costituzione. Forse la prossima volta potrebbe passare dalla moral suasion al rifiuto di emanazione di atti manifestamente incostituzionali. Un confine difficile da varcare, ma che è ormai alle viste.


