I tormenti di Zingaretti e quella analisi non più rinviabile

di Massimiliano Perna - ilmegafono.org - 17/01/2020
Nel PD pre-renziano, così come in quello renziano e post-renziano, è mancata totalmente l’analisi della sconfitta, un’analisi seria, approfondita, sul disastro di un consenso buttato per strada nel giro di pochi anni

Nicola Zingaretti ci sta provando. Almeno così pare. Dice di voler cambiare strada, rinnovare il Partito Democratico fino al punto di trasformarlo, persino metterlo da parte per dar vita a qualcosa di nuovo e più allargato, che possa aprirsi alla società civile, a quel mondo le cui richieste sono rimaste a lungo inascoltate. Nessuno può giudicare la sincerità o meno dell’uomo Zingaretti, ma la politica è una via insidiosa e contorta e la diffidenza è l’unica virtù da sfoderare quando si ascoltano gli annunci su eventuali cambi di rotta. In questi giorni si è rinchiuso in un convento, il Pd, in attesa di capire cosa accadrà nei prossimi giorni e come uscirà il centrosinistra dal voto emiliano-romagnolo. Si è chiuso in un convento per riflettere e ragionare sul suo futuro. Lo ha fatto mentre la gente riempie le piazze come non avveniva da tempo, manifestando nei territori, scendendo in strada contro la mafia, contro la guerra, per il lavoro.

Stona un po’ sul piano simbolico questa scelta, sembra un’immagine in controluce, un contrasto che risalta. Anche troppo. Tutto lascia pensare che, forse, se il Partito Democratico vive questa fase di stallo dalla quale Zingaretti prova a tirarlo fuori, è per via di una ragione essenziale, di un peccato originale: l’assenza di una vera riflessione sul passato. Nel PD pre-renziano, così come in quello renziano e post-renziano, è mancata totalmente l’analisi della sconfitta, un’analisi seria, approfondita, sul disastro di un consenso buttato per strada nel giro di pochi anni. Non emerge una reale presa di coscienza sull’errore madornale di aver inseguito la destra e di aver coccolato le élite su molti temi.

Lavoro, ambiente, sviluppo, immigrazione: il Partito Democratico ha più volte pensato di strappare elettori moderati (più o meno) al centrodestra invece di costruire e mantenere un rapporto di fiducia con l’elettorato che poteva riconoscersi meglio nei valori della Costituzione e del centrosinistra. Sono errori che hanno segnato drasticamente il nome e la credibilità di un partito che ha visto transitare, a più livelli, sia nazionali che locali, personaggi lontanissimi dalla storia democratica della sinistra e anche di quel centro laico, “moroteo” per intenderci, che aveva una sua vocazione popolare. È diventato il partito dei manager, degli imprenditori, dell’alta finanza, del pensiero neoliberista, il partito che ha colpito i lavoratori ritenendo ormai superate le loro rivendicazioni, ammiccando contemporaneamente alle imprese, che sono state dipinte tout court come una categoria perfetta, senza zone d’ombra.

Zone d’ombra che invece in molti casi ci sono e che a livello locale, tra i sentieri della vita quotidiana di chi lavora, mostrano le loro peggiori dimensioni: sfruttamento, evasione fiscale, negazione dei diritti. Non essere riusciti a capire il mondo del lavoro, aver abbandonato il mondo operaio considerandolo un retaggio del passato, non aver compreso le difficoltà di nuove masse e categorie di lavoratori per le quali le tutele erano da aumentare e non da ridurre, ha segnato un solco difficile da ripianare semplicemente con un restyling e un nome nuovo. Per non parlare delle scelte in materia di immigrazione, delle politiche feroci di Minniti: dalla stretta sulle Ong, che ha determinato lo svuotamento del mare e la scomparsa dei testimoni, riducendo le possibilità di soccorso, agli accordi con la Libia, che hanno diminuito gli arrivi aumentando i morti e le torture. Oltre a tutte le misure interne, fortemente ostili all’integrazione, come la questione dell’iscrizione anagrafica e della residenza per i richiedenti asilo o della riduzione da tre a due delle possibilità di ricorrere contro il diniego della richiesta di asilo e protezione.

Scelte che hanno aperto la strada a Salvini e a quei decreti sicurezza divenuti leggi vergogna, che ancora non si ha il coraggio di cancellare e sostituire con leggi che mettano al centro l’essere umano, la Costituzione e il diritto internazionale. Insomma, alla luce di tutto ciò, la priorità per il PD e per Zingaretti dovrebbe essere l’analisi della propria storia recente. Prima di aprire alla società civile, bisogna dimostrare di essere credibili e questo significa rimettere in discussione tutti questi errori e chi ha continuato a difenderli come scelte politiche illuminate. Senza un passaggio di questo tipo, senza che il tempo dimostri la sincerità di una svolta, non sarà possibile per nessuna forza di centrosinistra trovare una interlocuzione o una risposta positiva ad aperture che, al momento, lasciano il sospetto di essere delle potenziali gabbie dentro le quali infilare la società civile, per divorarne le istanze e ucciderne la purezza.

Un po’ come fece Prodi con i girotondi. Qualcosa che, chi ha passato la soglia dei 40 anni, ricorda molto bene. Qualcosa che sarebbe meglio non ripetere più, perché questa volta, probabilmente, produrrebbe un danno irreversibile.

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