Ma qualcuno era di sinistra?

di Domenico De Masi - ilfattoquotidiano.it - 02/04/2021
L’opportunità mancata - Mai come oggi un partito che avesse al centro il popolo e i precari avrebbe chance elettorali. Peccato che Letta nel suo discorso abbia pronunciato una sola volta la parola “poveri”…

Se in Italia esistesse un partito di sinistra, questo attuale sarebbe il suo momento di massima espansione numerica e di massima forza combattiva, perché mai prima d’ora una percentuale così massiccia di popolo si era trovata in una condizione tanto proletarizzata da essere “materia prima” ideale per il reclutamento politico, la forza numerica e l’esercito potenziale di un partito progressista.

Secondo la definizione di Marx, è proletario chi ha mangiato oggi ma non è sicuro che potrà mangiare anche domani. Prima del Reddito di cittadinanza i poveri erano rapidamente raddoppiati: 12 milioni di italiani vivevano in “povertà relativa” e 5 milioni in “povertà assoluta”. Secondo un rapporto dell’Unione Generale del Lavoro (Ugl) la pandemia può gettare nella povertà relativa 13,8 milioni di persone e nella povertà assoluta 9,8 milioni.

Ma a tutti questi, già prima della pandemia, andavano aggiunti almeno altri tre milioni di precari, spesso diplomati e laureati, ma nella condizione occupazionale incerta dei rider. In Italia 48 giovani su cento, tre anni dopo la laurea, non hanno ancora trovato un lavoro. I cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training) sono due milioni, pari al 24% di tutti i giovani tra 15 e 29 anni. A questi proletari, tra qualche mese si aggiungeranno quelli licenziati da aziende fiaccate dalla pandemia, quelli sostituiti dai robot e dall’intelligenza artificiale, quelli resi inutili dal diffondersi dello smart working.

Questa massa di insicuri, che un tempo si chiamava plebe, divenne soggetto sociale quando qualcuno ne intuì la forza potenziale, lottò per conferirle dignitosa consapevolezza, le prospettò un modello di società in cui essa, riscattando se stessa, sarebbe riuscita a riscattare l’intera umanità. In parte quel disegno è riuscito. Diventati “classe”, i proletari dell’Est e dell’Ovest, per motivi e con mezzi diversi, hanno conquistato diritti che sembravano acquisiti per sempre. Ma il comunismo reale, come ha constatato Vaclav Havel, sapeva distribuire la ricchezza senza saperla produrre, mentre il capitalismo reale la sa produrre senza saperla distribuire. Intanto il liberismo, consapevole delle sue deficienze, ha saputo trasformarsi in neo-liberismo mentre il marxismo, stordito dalle sue sconfitte, non ha saputo elaborare un neo-marxismo. Il risultato complessivo di tutto questo è che l’economia ha soppiantato la politica, la finanza ha inglobato l’economia e le agenzie di rating stanno guidando le danze della finanza e le disuguaglianze, che fino allo Statuto dei lavoratori (1970) sembravano attenuarsi, si sono poi allargate a vista d’occhio. In Italia, tra l’inizio e la fine della grande crisi (2008-2018) il patrimonio dei 6 milioni più ricchi è aumentato del 73% e quello dei sei milioni più poveri è diminuito del 62%.

Più cresce il numero degli svantaggiati, più un partito di sinistra ha l’opportunità storica, la necessità politica e il dovere etico di accollarsi l’azione pedagogica, strategica, organizzativa, rivendicativa necessaria per compattare quegli svantaggiati in classe e per guidare quella classe fino al suo riscatto.

“I poveri – diceva il leader della sinistra brasiliana Leonel Brizola – non hanno lobby”. Ma, in Italia, non hanno neppure un partito. E più si approfondisce il solco tra ricchi e poveri, più si finge che le classi sociali non esistano più. Ormai bisogna risalire al Saggio sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini (1974) per avere una riflessione socialista sulla segmentazione della nostra società. Sylos rilevava che il 48% degli italiani erano operai, il 17% erano piccola borghesia impiegatizia e il 29% erano piccola borghesia autonoma composta da commercianti, artigiani e coltivatori diretti. Allora il 61% dei voti raccolti dal Pci-Psiup veniva dagli operai e il 25% dalla piccola borghesia relativamente autonoma. A loro volta i votanti del Psi erano per il 59% operai e per 22% piccola borghesia impiegatizia. Quell’anno il Pci, con a capo Enrico Berlinguer, aveva 1.657.825 iscritti e il Psi, con a capo Francesco De Martino, aveva 511.741 iscritti.

Oggi gli operai sono diminuiti, ma l’esercito degli insicuri, dei precari, dei poveri è molto cresciuto complessivamente rispetto a 47 anni fa, arruolando laureati, diplomati e studenti. Intanto il Psi è scomparso e il Pd, che in tutta Italia ha appena 412.675 iscritti, in Roma prende molti più voti ai Parioli (48%) che in periferia (21%). Dunque, questa marea montante di svantaggiati non ha un partito di riferimento e tutti vi pescano voti adescandoli con la medesima mercanzia retorica.

Letta è persona onesta e intelligente. Ma il suo discorso di insediamento a segretario del Partito democratico e il suo vademecum ai circoli del partito non sono un cambiamento di passo, non partono da un’analisi scientifica della condizione strutturale dei poveri, non danno voce agli svantaggiati senza voce. Per intercettarli, per diventarne leader organico, Letta avrebbe dovuto compiere un’operazione simmetrica a quella realizzata da Papa Francesco in Vaticano. Bergoglio si è subito messo, senza mezze misure, dalla parte dei poveri, con cui ha stretto un’alleanza privilegiata e ha recuperato la missione originaria della Chiesa ancorandosi saldamente alla dottrina dei Padri, brandita come prezioso patrimonio irrinunziabile. Invece Letta, negli 82 minuti del suo discorso, mai si è lasciato scappare la parola “proletari” e una sola volta, quasi di sfuggita, ha pronunziato la parola “poveri”. Mentre questo Papa non dimentica mai di salire sulle spalle di giganti come San Francesco o Sant’Agostino, Letta ha evitato accortamente di salire su quelle di Gramsci o di Berlinguer, dai quali tuttavia ha ereditato il partito. Del resto, il suo pantheon, composto da Jacques Delors e Don Mazzolari, da Hannah Arendt e dagli Scorpions, da Sartre e da Pirandello, è troppo sbilenco per non far rimpiangere l’imponente e solida tradizione culturale della sinistra.

Ma – soprattutto – Papa Francesco ha un modello di società chiaro e compatto da offrire ai poveri. Invece la proposta di Letta, rivolta a tutti e a nessuno, è un armamentario di cacciavite e ruspe e tenaglie, ma senza anima, senza un progetto unitario da proporre alla massa dei disagiati affinché vi riconoscano la loro casa salvifica, lo facciano proprio e lo impongano all’intera società con la forza del loro numero e della loro disperazione.

La proposta di Letta è per tre quarti sovrapponibile a quella di Salvini, Calenda, Berlusconi, e finisce per affollare la mousse del centro con parole ormai prive di mordente e credibilità, corteggiate da qualunque politico interclassista: salute, contratto sociale; diritti umani; cooperazione; donne; partecipazione; apertura; dialogo; prossimità; coerenza; digitale; inclusione; condivisione; valori; identità; solidarietà; sostenibilità; prossimità; competenze trasversali; natalità; lavoro, giustizia.

Ce n’è a sufficienza per regalare definitivamente l’Italia al neo liberismo e gettare i poveri nelle braccia dei loro nemici.

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