PARLIAMO ANCORA DI REGIONI

di Francesco Baicchi - 30/11/2020
Non è l’idea regionalista da censurare, ma una classe politica che ha più volte tradito i principi costituzionali e si appresta a tradirli ancora. Tocca a noi cittadine e cittadini dire: ‘fermatevi!’

Come spesso accade, specialmente nel nostro Paese, le opinioni ‘di massa’ oscillano da un estremo a quello opposto.

Sta accadendo con le Regioni: dalla loro nascita (nel1970, in ritardo sui tempi previsti dalla Costituzione) tutti hanno lavorato per accrescere le loro competenze e la loro autonomia, fino alla riscrittura nel 2001 del Titolo V della Costituzione, che ne ha fatto quasi dei corpi separati e in conflitto perenne con lo Stato unitario.

Quasi che una classe dirigente piombata in una profonda crisi di credibilità, da cui non si è ancora ripresa, cercasse di scaricare il massimo delle responsabilità su una struttura diversa, elargendo il boccone avvelenato di fette crescenti di potere.

Inutile soffermarsi sulle conseguenze materiali (una burocrazia elefantiaca e apparentemente esposta alle tentazioni della corruzione non meno di quella centrale) e politiche: la ridicola definizione di ‘governatori’ attribuita ai presidenti delle Giunte, quasi a riconoscere l’enormità dei loro poteri di fatto autocratici, e la pretesa di un ‘federalismo’ che invertirebbe il normale percorso, spaccando ciò che è unito, invece del contrario.

Ora, di fronte al rischio di una definitiva rottura dell’unità nazionale, con la frantumazione dei principali servizi pubblici: sanità e scuola, ma anche trasporti, tutela dell’ambiente e del patrimonio, ecc…, l’opinione pubblica assiste attonita all’ennesima dimostrazione di inadeguatezza di una classe politica apparentemente interessata solo a non perdere voti.

Così sembra che nessuno abbia il coraggio di dichiarare esplicitamente che l’intesa, raggiunta quasi di nascosto nel febbraio 2018 fra un governo che avrebbe dovuto gestire solo l’ordinaria amministrazione perché scaduto e i presidenti di tre delle regioni più forti del Paese, deve semplicemente essere cancellata.

A priori perché deriva da una interpretazione discutibile del 3° comma dell’articolo 116 (nella versione del 2001, appunto) che ritiene evidentemente (se la lingua italiana non è un’opinione) necessarie per concedere ‘ ulteriori … condizioni particolari di autonomia …’ motivazioni precise e materie limitate. Rischiamo invece di assistere a una antistorica moltiplicazioni di regioni equivalenti a quelle a statuto speciale, che dovrebbero invece essere finalmente abolite.

E’ inoltre inaccettabile la procedura scelta della trattativa fra due esecutivi (quasi si trattasse di stati di pari livello), che priva del suo potere decisionale il Parlamento e, in un possibile futuro, la Corte Costituzionale e lo stesso ‘popolo sovrano’ che non potrebbe ricorrere al referendum.

E’ dunque legittima e doverosa qualunque iniziativa che richieda di ripensare, con un dibattito pubblico e trasparente, l’intera materia, anche alla luce di quanto accaduto in questi mesi di pandemia, e alla ipotesi di abbinare addirittura un apposito ddl alla legge di bilancio.

Meno accettabile è invece il diffondersi di una opinione anti-regionalista che, partendo dalla oggettiva valutazione dei disastri causati, ne attribuisca la responsabilità alla istituzione regionale in sé, e non alle varie forze politiche che hanno platealmente tradito l’idea originale nata dall’ampio dibattito della Costituente.

E’ vero che voci autorevoli e di culture diverse (fra gli altri Bozzi, Einaudi, lo stesso Togliatti) misero allora in guardia da rischi che purtroppo si sono puntualmente avverati, ma non si deve dimenticare che l’idea regionalista, inscritta nei Principi Fondamentali (Art. 5) nel quadro della ‘autonomia e del decentramento’, puntava a incentivare la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche del loro territorio, come esercizio della loro sovranità, dopo un ventennio di dittatura accentratrice. Partecipazione che invece si continua a cercare di impedire con l’ennesima legge elettorale che impedirà agli elettori di esercitare il loro potere di scegliere i propri rappresentanti,

Non è dunque l’idea regionalista da censurare, ma una classe politica che ha più volte tradito i principi costituzionali e si appresta a tradirli ancora. Tocca a noi cittadine e cittadini dire: ‘fermatevi!’

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