La zucca vuota

di Corrado Fois - Liberacittadinanza - 08/10/2019
“Cortigiani, vil razza dannata, Per qual prezzo vendeste il mio bene? A voi nulla per l'oro sconviene” ( Rigoletto )

Montecitorio non è uno sei sette colli di Roma. E’ solo una piazza.                                                                 

Non so perché mai fu scelta, a suo tempo, come sede del Parlamento. Quel posto davvero non è particolare. Il Sindaco della città, assai più furbo,  si assestò in Campidoglio, quello si uno dei luoghi simbolo dell’Urbe. Infatti dal Palazzo, se si sporge, ancora oggi può  vedere almeno parte della Città. Quella bella, antica e spettacolare, quella che non c’è più. I parlamentari invece, anche se si sporgono, possono vedere al massimo la Galleria Alberto Sordi o qualche nugolo di turisti cinesi guidati da un ombrello aperto. Forse sarà per questo che si guardano bene dallo spalancare le finestre e se escono sciamano via in fretta o si rintanano nei moltissimi  bar che riempiono il quartiere, protetti dall’anonimo ruolo di peones.

Prendo il caffè in Piazza di Pietra, quasi fronteggiando il mausoleo di Adriano e mentre sfoglio i giornali ascolto due facce sconosciute sedute un tavolo dietro al mio. Sono, appunto, Parlamentari. Trascrivo in sintesi quello che si son detti, senza aggiungere nulla. Mi serve come introduzione. Il primo, un segaligno con gli occhiali forse appena trentenne dice: “Sto scemo ( credo si riferisca a Di Maio ) ha costretto tutti a fare stoca..di riforma se no ci spediva dritti alle elezioni”  l’altro, uno che non ha bisogno della calza sulla faccia per rimanere sconosciuto, aggiunge “ Io mi sono giocato il posto per venire qua e adesso va a finire che non ci sarà più la sedia” . Vanno avanti su questo tono per qualche minuto quasi fosse  una scena da cabaret, la solita caricatura estrema dei politici. Per la serie “ Razzi visto da vicino”. La frase che val la pena di essere riportata  suona così “ sai che ti dico? Io li mollo me ne vado al gruppo misto e poi da li si vede, dove mi promettono una ricandidatura vado”.

Prima riflessione personale. Siamo sicuri che l’assenza di un vincolo di mandato sia sinonimo di libertà politica? Siamo sicuri che, come congegnata, la democrazia rappresentativa sia ancora la scelta giusta? Nei giorni della riforma quantitativa mi vengono in mente dilemmi qualitativi che vorrei condividere. Provo quindi a mettere in fila gli spezzoni del mio pensiero che è confuso e contradditorio come merita la situazione attuale.

Per capire di che sto parlando chiedo aiuto a qualche testo e per andare via spiccio uso Wikipedia “La democrazia rappresentativa è una forma di governo nella quale i cittadini, aventi diritto di voto, eleggono dei rappresentanti per essere governati “ . La quintessenza della delega. Bello. Ma in pratica da noi la ‘bella prassi’  funziona così: io elettore vado alle urne (un giorno o l’altro,forse )  e scelgo i miei “rappresentanti per essere governato”  .. ma chi e come lo faccio? Voto un partito , od un accrocchio di partiti, e la mia “ X “ va  a finire su nomi che non ho minimamente  contribuito a selezionare e che spesso nemmeno associo a facce.                    

Osservando questo primo dato assoluto , da mente semplice qual sono, produco una domanda inevitabile : assodato che la nostra democrazia è rappresentativa, costoro per incassare la fatidica “X”,  che diamine rappresentano? Procedo per eliminazione.  Me non mi rappresentano perché nemmeno li conosco. Il territorio no perché spesso ci tocca di votare Tizio e Caio che magari fanno da richiamo ma vivono altrove. La comunità sociale? No per la stessa ragione. La comunità ideologica? E no,no! ..perché votando PD mi sono beccato più di qualche democristiano. Rappresentano la posizione politica del partito e la linea di condotta indicata dal Segretario?  Vien da dire: allora il segretario è scemo. Piazza lì  questi signori a mo di Dioscuri  sapendo che, una volta eletti, possono andare dove li porta Renzi, il cuore o quello che, nella tasca della giacca, ci si appoggia sopra.  Non ho risposta e non mi ci raccapezzo. Insomma, riferito al concetto di rappresentatività, almeno a me  manca il britannico “so what“ ( traducibile nel romanesco ..ma de chè? ).  Che accidenti rappresentano costoro? Mi vien da dire : loro stessi. E probabilmente ci prendo. Il sistema pare proprio diventato autoreferenziale.

La qualità rappresentativa e le modalità per congegnarla devono essere probabilmente solo una fissazione minoritaria perché non vedo queste tematiche nelle agende  o nelle dichiarazioni di nessuna forza politica. Se guardo la riforma ( ? ) corrente mi pare che tutto il dibattito si riduca ad una formula matematica, ad  un  numero che viene modificato nel quadro della medesima prassi. Trattasi di sottrazione: X-Y = K , dove la cappa sta per risparmio. Si lesina sull’importo della delega ma non se ne modifica la natura imperfetta. Che vantaggio ne ricava la Democrazia, l’immagine della Politica, la Repubblica stessa da questa formula? Mistero.

Zingaretti sostiene che, a questa matematica del risparmio politico, va aggiunta una riforma elettorale che consenta di garantire a tutte le comunità un’adeguata rappresentanza post taglio.  Nulla quaestio. Cambiare la legge elettorale in Italia non è un problema. Non si nega a nessuno, come un bicchiere d’acqua. Se non sbaglio i conti ne abbiamo fatte, negli ultimi anni, quattro: maggioritario, mattarellum, porcellum, rosatellum. Devo dire che, a parte il primo assai didascalico, gli altri nomi sarebbero perfetti per il menu della trattoria di Giorgione Barchiesi. Del resto come diceva Totò : “a proposito di politica, cosa c’è da mangiare?!”. Vien voglia di diventare vegani.

La domanda numero due, in proposito, mi sorge consequenziale : come scegliamo il ridotto numero di futuri rappresentanti e quali sono i parametri di rappresentatività della nuova ipotizzata legge elettorale? Mistero etico. Imperativi i Cinquini dichiarano puntando il dito verso l’aula sorda e grigia:  per ora si amputi poi vedremo come suturare. Alta chirurgia o bassa macelleria.

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Per capire cosa fanno gli altri e chiarire almeno qualcuna delle mie confuse idee circa la prassi della democrazia rappresentativa, esploro un paio di sistemi in essere.  In UK sono censiti, dalla riforma del 2000, 650 collegi. I candidati rappresentano il Collegio e le comunità che ne fanno parte. A queste fanno riferimento per la loro attività politica essendo portatori di interesse comune, da queste vengono giudicati.  Devono avere almeno 18 anni e chiari requisiti di onorabilità (non possono candidarsi se hanno una pena in corso anche solo di un anno, per qualsivoglia reato. Figurati! ). La loro retribuzione si aggira intorno ai 66 mila euro. In Francia L'Assemblea Nazionale è formata da 577 membri eletti in un collegio elettorale uninominale . Rappresentano la comunità che li esprime, devono avere almeno 18 anni e sono dichiarati ineleggibili a seguito di reati alle regole di finanziamento delle campagne elettorali o colpevoli di manovre fraudolente che hanno inteso o potuto compromettere l’autentico esito di uno scrutinio (cito solo uno dei molti vincoli, .. capisci a me De Luca!). La loro retribuzione si aggira intorno ai 62 mila euro.                                                                                        

 In questi due Paesi, come in molti altri, il concetto di rappresentanza è molto ben delineato. Il principio guida è che tu, se vai in Parlamento, hai un datore di lavoro preciso, i tuoi elettori.   Esisti in quanto delegato, deputato a gestire gli interessi del collegio che ti ha espresso nel quadro dei più ampi interessi nazionali. La tua abilità consiste nel trovare, con sforzo continuo e capacità negoziali,  una mediazione tra interessi che talvolta possono essere assai divergenti. Il famoso “yep its good, but not in my garden” ( va bene ma da un’altra parte ) che affligge, quanto la Brexit, il dibattito politico in Inghilterra. Lo smaltimento dei rifiuti e gli inceneritori . Per la serie: almeno sulla spazzatura siamo tutti molti simili.

E in Italia come funziona la meccanica rappresentativa? Riassumo la situazione utilizzando le fonti rintracciate su  internet ( sia sempre grazia a Sir Berners-Lee co/padre del Web ). I deputati sono i rappresentanti indiretti dei cittadini, ogni deputato rappresenta la Nazione . Alla faccia delle Comunità. Non sono previsti requisiti particolari. Occorre essere cittadini italiani con un’età minima di 25 anni. Sebbene non siano fissati  in proposito dei limiti specifici, solitamente per diventare deputato occorre appartenere ad un partito. La loro retribuzione è costruita in modo bizantino: ad ogni deputato mensilmente va l’indennità parlamentare di 11.283,3 euro lordi a cui si aggiunge una diaria 3.503,1 euro, 1.331,7 euro per  viaggi (a fronte peraltro di una spesa nulla, dal momento che viaggiano gratis su treni, autostrade, navi e aerei), 258,2 euro spese telefoniche 41,7 euro per la dotazione informatica ( da noi l’informatica vale meno della telefonia! ). Rappresentanza ( ? ) ulteriori 3.690 euro mensili.  Il totale supera del 60% la media europea. Wow. Molto attrattivo come mestiere.

Dopo aver appreso e messo in memoria che la nostra è una democrazia rappresentativa indiretta la domanda numero tre viene naturale: non si potrebbe, nell’operazione matematica di taglio, inserire anche una cospicua riduzione ed una più trasparente attribuzione di fondi? Mistero economico. Per ora riduciamo i costi sulla base del taglio lineare o con la decimazione in stile Generale Cadorna. Si salvi chi può.

Ed il vincolo di mandato? In Europa vige solo in Portogallo dove se cambi partito perdi il mandato. Quindi negli altri Paesi non esiste? Non esattamente. Se vieni eletto come espressione di una precisa Comunità vieni giudicato sulla base di ciò che fai per rappresentarla. Se il partito procede in modo da ledere questi interessi sei libero di cambiarlo e sarai comunque giudicato dai tuoi elettori che valuteranno perché e come hai deciso di servirli in altro modo e con altra casacca. Da noi no. Il parlamentare è nazionale appartiene a tutti meno che a chi lo ha votato ed inoltre  viene candidato e sostenuto da un partito che però, per l’articolo 67 della nostra Costituzione, non può limitarlo. Guardando i fatti dovremmo dire che  la nostra è una Repubblica di parlamentari, non  una Repubblica parlamentare. Il distinguo non è così sottile come appare. Ha sostanza precisa e numeri chiari. Oltre 500 cambi di gruppo, in questa legislatura, quasi 10 al mese. Insomma quando torni il lunedì il tuo vicino di scranno potrebbe essere un nuovo avversario. Qualcuno lo chiama libertà di pensiero, qualcuno trasformismo, ma per me è irresponsabilità. Egoismo.  Opportunismo. Nullità etica. Bordello.

In una storica intervista rilasciata ad un giovane George Simenon Lev Trotskj diceva “ il fascismo non è il prodotto di una isteria collettiva , ma la conseguenza di una gravissima crisi economica politica e morale” ( cfr. da “Intervista a Trockj” G. Simenon . Oedipus editore ) . Cambiando il cambiabile appare evidente che i fenomeni populisti germinano nello stesso guano. Sono figli dello scontento, del confuso sentimento che cresce esponenzialmente in un’ Italia senza più personalità e progettualità, di fronte ad una gestione della cosa pubblica ondivaga, priva di ideali. Un’ intera classe politica per l’intera era della seconda repubblica non ha saputo capire, gestire, superare la crisi che è stata ed è sostanzialmente una fase di profonda trasformazione. Un cambiamento di paradigma economico sociale che per essere correttamente indirizzato  richiede visione, ingegno, concretezza e chiara comunicazione. Direi di più: ampia condivisione con ogni forma comunitaria. Ma sotto il peso di questa critica, di questa disillusione popolare, non vanno solo i politici, che ne avrebbero ben donde, vi finisce anche la forma repubblicana che il Paese si è dato.

Per l’oligarchia e la dittatura, in forma esplicita od orbaniana, non esiste migliore complice dello svilimento di ogni forma democratica. Del suo diventare giorno dopo giorno, governo dopo governo sempre più incomprensibile e grottesca. Come una zucca vuota ad Ognissanti. Non  arrivo a pensare che esista un disegno logico, un piano organico per destabilizzare la democrazia. Penso che, almeno da noi, sia la conseguenza di un leggerezza compiuta dai Cittadini. Abbiamo accettato di far delega ad altri della cosa pubblica ma contemporaneamente, e nel tempo, abbiamo rinunciato ad essere i protagonisti dei necessari controlli d’operato. E penso che sia il frutto di una svista dei Costituenti che hanno lavorato su un’astratta idea di indipendenza politica, decontestualizzandola. Quasi che l’Italia fosse allora matura, istruita, realmente repubblicana.  Certamente dopo oltre vent’anni di governo fascista piccolo borghese, ignorante, paternalista ma con risvolti di crudeltà, era legittimo che i Costituenti sognassero una libertà con la L maiuscola.

Ma i tempi sono cambiati ed il regolamento di Casa Italia è ormai invecchiato sia di fronte all’esperienza compiuta in 70anni che alla complessità attuale. Se si è potuto modificare  lo Scritto mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio ( a suo tempo non venne in mente a Luigi Einaudi quindi è facile immaginare che proprio non abbia senso! ) non capisco perché non si possa discutere e riscrivere un tema forse un tantino più determinante com’è l’intera modalità di rappresentanza parlamentare.  

Pietro Calamandrei scriveva  “Chiamare i deputati  «rappresentanti del popolo» non significa oggi quello che con questa frase si voleva dire in altri tempi: si dovrebbero piuttosto chiamare impiegati del loro partito” . Nella seconda o terza ( o quel che è) Repubblica anche questa frase appare datata. I partiti sono sacche vuote sganciate  dall’idea originale come dalla comunità locale. Esprimono perimetri sempre più astratti ed elastici  dove i baciati dalla sorte, scelti dal signorotto di turno,  incamerando sostanziose prebende non sono disponibili a mollare la sedia e cambiano e transumano dove meglio si sta, dove qualche altro signorotto di turno promette possibili continuità salariali.  Nella gran parte dei casi l’ebbrezza del potere di questi nuovi Lor Signori non si trova nel gestire la cosa pubblica con vari scopi nobili o meno , com’era durante la prima storica repubblica, ma nello specchiarsi narcisistico  dentro lo stagno del loro personale consenso fatto di like, fans ed adulatori e nel guardare, ad ogni ventisette, l’estratto conto.

 Se si vuole davvero mettere mano ad una situazione ormai drammaticamente scollata tra Cittadino ed Istituzioni non bastano passetti timidi e goffi  per tenere buona la Plebe, bisogna rimettere mano ai criteri di base della nostra forma parlamentare. La scelta ovviamente non è tra la democrazia rappresentativa o  la democrazia diretta, quest’ultima quanto meno improponibile. Qui si tratta di scegliere se investire tempo ed energie per costruire un sistema di rappresentanza realmente fondata sulle comunità e sul controllo, questo si diretto, oppure proseguire con l’attuale  sistema autoreferenziale, lobbistico e disfunzionale, semplicemente ridotto nei numeri. Ristretto come un brodino serale. Magari circoscritto ai vari druidi dei ‘cerchi magici’. Definizione tolkeniana che da sola mette i brividi.

La quarta ed ultima domanda è anch’essa semplice e sorge spontanea: chi mai farebbe, tra i nostri cosiddetti rappresentanti, persone o partiti, una vera riforma del sistema rappresentativo ? Quale soggetto politico si intesterebbe un’azione così dirompente come  ridurre il numero dei parlamentari, dimezzarne gli stipendi, metterli in competizione diretta sul collegio elettorale nel quale abitualmente risiedono? Quale scriteriato sognatore inzuppato come un babà al rum di ideologia socialista immaginerebbe dei controlli diretti tra elettori e deputati? Quale sovversivo, infine, si dichiarerebbe pronto a firmare una legge che impegni davvero il Parlamento  a darsi un codice etico e comportamentale da consegnare ai Cittadini per misurarne la qualità?

Francamente non mi viene in mente nessun nome. 

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