Giuseppe Sala, dopo la condanna santo subito

di Daniela Gaudenzi - Il Fatto Quotidiano - 13/07/2019
Sala a M5s: “Volete le mie dimissioni? Voi Expo non sareste riusciti a farlo e tanto meno a immaginarlo”

La condanna di Giuseppe Sala a 6 mesi di reclusione, convertita in una pena pecuniaria di 45mila euro, per aver retrodatato la nomina di due commissari della gara di appalto più rilevante di tutto il pacchetto Expo, probabilmente non meriterebbe una particolarissima attenzione nel panorama quanto mai caotico e sconfortante dell’odierna cronaca politico-giudiziaria se non fosse per le reazioni incredibili dell’interessato, del “nuovo” Pd dominato più dal Lotti “autosospeso” che da Zingaretti, della politica tutta, con l’eccezione del M5S, e della stampa all’unisono, escluso il Fatto Quotidiano.

 

 

La categoria del “reato a fin di bene”, ignota persino nei tempi infausti della Repubblica delle banane o dei “fichi d’india”, come preferiva definirla Gianni Agnelli, degli anni d’oro di B. ha trovato nel caso del falso commesso dall’attuale sindaco di Milano un consenso talmente unanime ed entusiastico che per coerenza sembrerebbe prioritario “rifondare” il diritto penale alla luce delle “buone intenzioni” o quantomeno abrogare dall’oggi al domani il reato di falso materiale e ideologico.

E non sembrerebbe vero ma per “il martire” Sala che avrebbe, con straordinario senso di responsabilità e spirito di sacrificio, firmato e riconfermato ripetutamente una falsità pur di non rinviare l’Expo delle meraviglie, si tratta della stessa fattispecie criminosa per cui era stata rinviata a giudizio Virginia Raggi che si era, peraltro, formalmente impegnata a dimettersi in base allo statuto del M5S qualora fosse stata condannata.

Solo che quando si trattava della sindaca di Roma il falso era un reato serissimo, gravissimo e altamente disonorevole. Poi “nelle aule del tribunale” è arrivata l’assoluzione ma la sindaca era già stata condannata irrevocabilmente sui giornaloni e nei commenti a titoli unificati dei gazzettieri del pensiero unico già prima della richiesta di rinvio a giudizio. La Raggi continuò ad essere considerata bugiarda e manipolatrice anche dopo l’assoluzione e l’accertamento da parte dei giudici che le interferenze sulla nomina di Renato Marra erano avvenute in sua assenza. L’ipotesi delle dimissioni per il sindaco di Milano invece non è nemmeno configurabile: Sala si è prontissimamente ripreso dallo sconforto per l’ingiustizia subita definendosi “vittima di uno scontro tra pm” e assicurando che “resterà al suo posto” per il semplice motivo che “è da irresponsabile lasciare”.

 

 

Anzi il Corriere il 7 luglio, all’indomani della condanna, nella cronaca di Milano ci ha comunicato che Giuseppe Sala ha vissuto “un momento catartico” quando è salito sul palco della Coldiretti sommerso dagli applausi e dagli incoraggiamenti, incluso quello di Matteo Salvini che si è detto “rammaricato per la sentenza. Di questo passo non troviamo neanche più un cittadino italiano disponibile a fare il sindaco, il consigliere o il ministro perché se firmi la riga sbagliata sul modulo sbagliato sei automaticamente inquisito”.

E con molta soddisfazione la puntuale cronaca del “giorno dopo” garantisce che Sala andrà avanti nel mandato forte anche dell’ok del Comitato per la legalità presieduto da Gherardo Colombo: da un punto di vista formale, quell’ok era scontato in quanto la condanna in primo grado inferiore ai due anni non ricade nell’ambito della Legge Severino. Inoltre molto presto interverrà la prescrizione a cui il sindaco non sembra intenzionato a rinunciare mentre ha già annunciato che intende ricorrere in appello. La principale preoccupazione di Sala non è, of course, di ordine personale: lui si occupa dell’immediato futuro di Milano e del paese in vista delle Olimpiadi invernali del 2026 a cui, è sottinteso dovrebbe assolutamente essere garantita la stessa “sensibilità istituzionale” elargita per Expo da Bruti Liberati allora a capo della Procura. Altrimenti succede che “le persone normali non possono che mettersi paura di fronte all’idea di entrare nell’ambito pubblico sia a livello politico che a livello operativo… è una battaglia di principio e va fatta”.

Per “il successo di Expo la Francia lo ha insignito della Legion d’onore”, chiosa come commento finale il cronista. Accanto viene riportata l’iniziativa a sostegno della ricandidatura di Sala perché possa inaugurare da sindaco i giochi olimpici: una raccolta fondi tra i milanesi per pagare i 45mila euro di sanzione pecuniaria. Magari con l’auspicio, a margine, di non doverla rilanciare a chiusura delle Olimpiadi del 2026.

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