Questo 25 aprile assume un significato ancora più profondo degli altri: ricorre infatti l’ottantesimo anniversario del primo voto delle donne e del Referendum istituzionale italiano del 1946, momento
fondativo della nostra democrazia. Due passaggi decisivi che hanno reso le donne protagoniste della vita politica del Paese.
Nell’ultimo referendum il loro voto è stato determinante, il 55,9% ha votato NO mentre solo il 51,5% degli uomini si espresso allo stesso modo.
Un segnale estremamente positivo è rappresentato anche dal voto della così detta generazione Z, dai 18 ai 28 anni , che ha votato NO al 58,5%, per altro con una percentuale bassissima di astensione ( neanche il 33% ).
Io però sono vecchio e ricordo un 25 aprile passato, quello del 1994, subito dopo la vittoria elettorale di Berlusconi e la pioggia alla grande manifestazione di Milano, eravamo tutti fradici ma
bisognava esserci. C’è un libro molto bello di Francesco Piccolo, ( Il desiderio di essere come tutti ) nel quale racconta che sua moglie alla notizia della vittoria elettorale di Berlusconi disse :”Ma che vuoi che sia“ subito ribattezzata con quel motto.
Invece quel momento è stato uno snodo per la nostra democrazia.
Ancora prima le dichiarazioni di preferenza di Berlusconi verso Fini rispetto a Rutelli come sindaco di Roma nel novembre 1993.
Era l’entrata nel salotto buono della politica del Movimento Sociale Italiano, che era servito fino ad allora per pochi salvataggi istituzionali ai democristiani, ricordiamo l’elezione di Giovanni
Leone nel 1971 e qualche appoggio esterno a governi dichiaratamente reazionari. Veniva sdoganato il partito erede del fascismo, le cui radici non sono riconducibili a questa Repubblica ed alla sua legge fondamentale, la Costituzione, nata proprio dalla lotta di resistenza contro i nazi-fascisti.
Il punto più basso della nostra storia repubblicana è rappresentato, molto dopo, dalle elezioni del settembre del 2022 con la vittoria di Fratelli d’Italia, erede di quel Movimento Sociale del quale
conserva nel simbolo la fiamma in ricordo di Mussolini, con Lega e Forza Italia.
Il programma elettorale di quel governo era dichiaratamente inteso a sovvertire il nostro ordinamento costituzionale: autonomia differenziata, per eliminare l’unita del paese e il principio
solidaristico cardine dell’intero sistema, la riforma della magistratura, per sottometterla al potere esecutivo, e il premierato, per ridurre le competenze del Presidente della Repubblica e l’autonomia delle Camere.
Avevano i numeri in Parlamento per realizzare questo programma ma non la cultura e le capacità politiche e non avevano fatto i conti con l’attaccamento del popolo italiano alla Costituzione.
Nel referendum del 23 marzo la destra ha mantenuto 12 milioni e mezzo di voti, gli stessi del 2022, ma il fronte del NO ne ha ottenuti 14 milioni e mezzo.
La peculiarità della nostra democrazia «nata dalla Resistenza» risiede nel suo non essere liberale ma costituzionale ovvero nel porre al centro la questione sociale come soluzione al ritorno di vecchi e nuovi autoritarismi. A spiegarlo Piero Calamandrei:
«Fino a che non c’è possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia».
Questa è l’essenza della nostra Repubblica nata dalla resistenza.
Solo ieri è stato convertito l’ennesimo decreto sicurezza ancora più raffazzonato e antidemocratico degli altri. Se la prende con chi dissente, con i più fragili, con gli stranieri per cercare il consenso e
nascondere i fallimenti su tutto. Potremmo parafrasare quel genio di Ennio Flaiano e dire :” la situazione è grave e anche seria” se non fosse che abbiamo toccato con mano da poco più di un mese che ci sono le forze per cambiare le cose.
Questo 25 aprile può segnare una svolta nella vita pubblica del paese dopo il 23 marzo. Dobbiamo essere capaci di capire tutti che è stato il metodo della partecipazione che ha portato a una vittoria indiscutibile e che ci sono le condizioni per ripeterla a patto di non cadere nei soliti errori della sinistra di inutili protagonismi e di conflitti interni.
Per una volta utilizziamo come esempio non il solito Tafazzi, che si martella da solo le parti basse, ma Delia, la protagonista del film della Cortellesi “ C’è ancora domani” che ha il coraggio di lottare per difendere le sue speranze.
E ricordiamoci sempre che la storia siamo noi.
Cesena 25 aprile 2026
Carlo Sorgi

