L’Italia è ancora una democrazia?

di Francesco Baicchi - 21/01/2021
La domanda non vuole essere retorica né provocatoria, ma non è nemmeno scontata, specialmente alla luce delle recentissime vicende parlamentari

Democrazia: Forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico. (Enciclopedia Treccani)

COSTITUZIONE Art.1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Il secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione rinvia al testo successivo per definire quali sono gli strumenti che consentono ai cittadini (il ‘popolo’) di esercitare la propria sovranità, e che consistono, principalmente, nel potere/dovere di eleggere i membri del Parlamento (art.48), nella possibilità di ricorrere alle diverse forme di referendum (principalmente quello abrogativo, art.75), nella possibilità di presentare proposte di legge (art.71, 2°comma) e, in generale, nella possibilità di ‘associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale’ (art.49).

Credo che in molti riteniamo che nel corso dei decenni la prassi politica si sia progressivamente (e colpevolmente) allontanata dallo spirito originario della Costituzione.

In alcuni casi la violazione è stata esplicita e innegabile: pensiamo alla mancata attuazione dell’esito di alcuni referendum abrogativi, o nel mancato esame delle proposte di legge di iniziativa popolare, che in genere non vengono nemmeno poste all’odg delle Camere. In entrambe i casi lo strumento partecipativo è stato semplicemente annullato di fatto.

Ma ancora più gravi, e forse meno facilmente percepibili, sono le conseguenze di leggi elettorali che contraddicono il 2° comma dell’art. 48 (‘il voto è personale ed eguale, libero

e segreto.’) impedendo alle elettrici ed agli elettori di scegliere liberamente i propri rappresentanti, imponendo liste bloccate o altri strumenti vincolanti, o negando a aree significative della opinione pubblica la rappresentanza con ‘soglie’ di accesso ingiustificate. Mentre una ulteriore limitazione della libertà di scelta deriva dal metodo di presentazione delle candidature, che privilegia le organizzazioni politiche ‘storiche’ rispetto a eventuali nuove formazioni nascenti.

Una riflessione a parte merita l’involuzione progressiva dei ‘partiti’, da strumento democratico a disposizione dei cittadini a semplice organizzatore del consenso elettorale, sempre più dipendente dall’accesso agli strumenti della informazione di massa, e quindi dalla disponibilità di ingenti risorse economiche.

Da tempo nel dibattito politico sul confronto fra modelli di società (bollato sprezzantemente e stupidamente come ‘ideologico’) sembra prevalere lo scontro interno per il controllo delle organizzazioni politiche. I gruppi dirigenti, pur essendo espressione di una base quasi evanescente e scarsamente influente nei processi decisionali, detengono il potere di candidare, o meglio nominare i ‘loro’, sia per le cariche politiche che per la gestione di enti economicamente rilevanti; e quindi di autoperpetuarsi.

Gli eletti devono sempre più spesso la loro carica solo al favore delle segreterie di partito e non alla scelta degli elettori; conseguentemente tengono conto della volontà e degli interessi dei primi, più che dei secondi. In questa prospettiva anche il fondamentale divieto del ‘vincolo di mandato’ (art. 67) assume un valore diverso, fermo restando il dovere del parlamentare a esprimersi secondo coscienza e non a comando.

Alla luce di queste degenerazioni non possiamo stupirci se gli scontri interni si concludono, troppo spesso, con scissioni o fuoriuscite dai gruppi parlamentari e nemmeno se gli elettori rifiutano sempre più numerosi di partecipare al voto, che, più che un momento fondamentale di democrazia, assomiglia spesso a uno stanco rituale, scegliendo magari di dedicare il loro impegno civico al volontariato sociale .

E’ dunque lecito chiederci come garantire efficacia alla ‘sovranità’ attribuita dalla Costituzione agli elettori e alle elettrici, senza la quale non c’è democrazia.

Come molti penso che il primo passo, fondamentale, ineludibile e urgente sia una profonda riforma dei sistemi elettorali (nazionale e locali), che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti, intervenendo anche nella individuazione e nella presentazione delle candidature, che garantisca una rappresentanza proporzionale delle idee e dei territori (il recente taglio del Parlamento appare in tutta la sua gravità), che regolamenti l’accesso ai mezzi di informazione (limitandone la concentrazione e i conflitti di interessi).

E’ questa la richiesta che deve nascere dalla opinione pubblica democratica, in modo unitario al di là delle diversità sui temi contingenti e delle ‘appartenenze’ storiche, perché senza una nuova legge elettorale che restituisca alle Camere rappresentatività e prestigio, ai partiti il loro ruolo di strumenti partecipati, e ai cittadini il loro ruolo di protagonisti delle scelte politiche non potremo credere di vivere in una democrazia e non saremo in grado di decidere del nostro futuro .

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