Autonomia differenziata è un’Italia fatta a pezzi, Premierato è un’Italia del capo: la sola risposta è No

di Maria Paola Patuelli - 30/05/2024
Noi, società civile costituzionalmente orientata, quale compito abbiamo? Informare, chiarire, fare circolare pensieri e discuterne. Come da tempo cerchiamo di fare.

Una parte non trascurabile dell’opinione pubblica si è mossa da tempo con preoccupazione contro le richieste di Autonomia Differenziata di alcune regioni. Le prime mosse furono compiute da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, con pre intese siglate con un governo agli sgoccioli nel febbraio 2018, il governo Gentiloni. Azione, questa, incostituzionale, dato che nell’imminenza di elezioni, i governi possono occuparsi solo di ordinaria amministrazione. Abbiamo chiesto ripetutamente a Bonaccini ragione (?), a partire dal 2019, di questa scelta egoista della sua Regione, chiedendo di essere ricevuti per avanzare le nostre obiezioni. Inutilmente.

Le pre intese, invece, portavano con sé una questione strutturale e non ordinaria. Il tutto, inoltre, avvolto dal silenzio. Fortunosamente la notizia sfuggì dalle segrete stanze. Costituzionalisti e studiosi si misero al lavoro, informarono, interpretarono e già dal 2019 numerose associazioni si impegnarono per una discussione pubblica che consentisse di informare su una materia complessa e, nel contempo, portatrice di pericoli di portata, appunto, strutturale, come dicono gli economisti. Insomma, nulla a che fare con l’ordinaria amministrazione. Sarebbe stata, potrà essere, una ristrutturazione straordinaria della Repubblica, in senso contrario a quanto voluto dalla Assemblea Costituente.

Il primo grido pubblico di forte allarme fu – nero su bianco – il libro dell’economista e docente universitario Gianfranco Viesti pubblicato nel 2019 Verso la secessione dei ricchi? (Laterza). Il punto interrogativo ci invitava allo studio e all’approfondimento e così fu, da parte di molte associazioni e comitati, a livello nazionale e locale, con l’aiuto di costituzionalisti nei quali riponiamo fiducia – come Alessandra Algostino, Gaetano Azzariti, Francesco Pallante, Massimo Villone – che affrontavano, e affrontano, pubblicamente la questione, e ci davano, e continuano a darci, strumenti per comprendere meglio la voragine che poteva aprirsi. Ma la loro voce, e la nostra, per qualche anno non è arrivata, né nelle istituzioni né nei partiti presenti in Parlamento. Salvo che in sporadiche occasioni.

Il termine voragine può sembrare eccessivo. Ma mi sento autorizzata a esprimermi così se confronto il contesto culturale e gli argomenti con i quali la Costituente affrontò la questione “regionalismo” e i percorsi politici che hanno portato fin qui, a quella che potrebbe appunto essere la secessione dei ricchi.

La Costituente ritenne la questione di tale portata – unità, autonomia, decentramento – da affidare il compito di scriverne a una commissione specifica, composta da dieci Costituenti, fra i quali Giulio Einaudi. Materia difficile. Non c’erano precedenti nella storia d’Italia. Dopo l’Unità ci furono conflitti fra chi insisteva per una soluzione federalista e chi voleva un forte accentramento. Cavour era convinto della necessità di un equilibrio fra le due istanze, alle quali lo Statuto Albertino, imposto a tutto il paese, non dava spazio alcuno. La voce di Cavour si spense all’improvviso e prevalse l’accentramento, in forma rigidamente napoleonica. Ebbe inizio infatti la lunga storia dei prefetti.

Per uscire da questa storia, successivamente irrigidita dal fascismo, con la nomina governativa di podestà di fedeltà fascista al posto dei sindaci eletti, il gruppo dei dieci, con lavoro scrupoloso e di confronto non sempre facile ma leale – questo, in realtà, dovrebbe essere il volto della buona politica – proposero quella che a mio avviso è una sintesi politica straordinaria di equilibrio fra autonomia e unità. E, per dare a questo equilibrio grande valore e chiarezza indiscutibile, non lo inserirono nella parte della Costituzione dedicata alla forma dello Stato, ma vollero un articolo specifico fra i primi dodici, i principi fondamentali, vere e proprie fondamenta dell’intero edificio costituzionale. Inserirono nei principi fondamentali unità, indivisibilità, autonomie. Una unica cornice li raccoglie, gli stessi principi li connettono. Solidarietà, compensazione, equilibrio. Questo volevano le Madri e i Padri Costituenti di una Italia di unità recentissima, di cultura democratica assai fragile, piegata dalla recente violenza fascista e dalla tragedia della guerra, dalla quale l’Italia era uscita a pezzi. Da ricostruire con unità e coesione, civile, culturale, sociale. La forza politica e simbolica delll’articolo 5 è quindi fuori discussione.

Così recita l’articolo 5 della nostra Costituzione: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento. Adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Era intenzione dei Costituenti che le Regioni fossero avviate e insediate a un anno dalla approvazione della Costituzione. Invece, lo furono più di venti anni dopo. Un ritardo che meriterebbe un approfondimento storico specifico. Resistenze centralistiche? Diffidenze sottotraccia, del Sud verso il Nord, del Nord verso il Sud? Comunque, nel 1970 la storia delle Regioni ha inizio con una legislazione tutto sommato saggia, che indica un modello uniforme per gli Statuti regionali e un Commissario di Governo in ogni Regione che vigila sulla coerenza delle leggi regionali con le leggi dello Stato e i principi della Costituzione.

Saranno ancora una volta lo spirito del tempo e cesure storiche profonde a mutare la scena politica, anche in Italia. La nascita della Lega, al Nord, è un primo segno di quello che nel giro di pochi anni accadrà in Italia, dopo l’Ottantanove e il terremoto che Tangentopoli produce nel sistema dei partiti. A questa crisi, una vera crisi di sistema, vengono date risposte che, seppure non identiche – Lega, Berlusconi, Ulivo – ci portano, nel giro di trenta anni al punto in cui siamo. Il punto che potrebbe significare una Italia fatta a pezzi.

Chi indicò questa ipotesi – Italia fatta a pezzi – come la migliore fu, all’inizio degli anni Novanta, un costituzionalista di buona fama, Gianfranco Miglio, preside della Facoltà di Scienze Politiche della Università Cattolica. Divenne il costituzionalista di riferimento della Lega. La lettura del recente libro di Francesco Pallante Spezzare l’Italia. Le regioni come minaccia all’unità del Paese (Einuadi 2024) – lettura a mio avviso fondamentale per comprendere come si sia arrivati a questo punto – mi ha fatto non solo ricordare, ma anche scoprire cosa c’è all’origine del disastro incombente.

Nel secondo congresso della lega Nord, nel febbraio del 1994, Miglio illustrò la sua analisi e conseguente teoria. Riporto alcuni passi. “Il grado di civiltà politica di un Paese dipende dal modo con cui si riesce a limitare la quantità e la presenza dei parassiti… Centralismo e parassitismo sono due fenomeni strettamente collegati fra di loro… Il Paese che siamo chiamati a cercare di cambiare è fatto così: è un Paese ammalato da un esercito di pidocchi. Senza mutare il sistema costituzionale centralizzato noi non riusciremo a sopravvivere”. Alla fotografia dell’Italia infestata da parassiti che, nella analisi di Miglio, si trovano al Sud, segue la ricetta. Non venti piccole regioni, ma tre macroregioni, la Padania al Nord, l’Etruria al centro, la Mediterranea al Sud. Unico comune obiettivo, contrastare il centralismo romano, “Roma ladrona”, parola d’ordine di Bossi.

Obiettivo della Padania, difendere i soldi del Nord. Ebbero così inizio campagne politiche di un certo successo, al Nord, in un popolo che nel frattempo si era sentito privo di riferimenti. E anche la classe operaia del Nord, un tempo elettorato su cui le forze di sinistra contavano, e il ceto medio, in buona misura, cominciarono a votare Lega. Certo, parlare di parassiti del Sud che succhiano il sangue del Nord che suda e lavora – ma perché dovrebbe farlo anche a favore di fannulloni? -, segnò la storia del tempo più di quanto altre parole non fossero riuscite a fare.

Quando Enrico Berlinguer, all’inizio degli anni Ottanta, durante una intervista – indimenticabile – rilasciata a Eugenio Scalfari, disse che in Italia esisteva una enorme questione, la questione morale, la corruzione, il clientelismo, i partiti che avevano fagocitato lo Stato, a chi si rivolgeva, a chi parlava e di chi parlava? Certamente non ai parassiti del Sud. Ma a un intero sistema, che necessitava di una rivoluzione culturale e politica. Perché la questione morale di Berlinguer era “la” politica disegnata dalla Costituzione. Uguaglianza, fiscalità progressiva e solidarietà.

“Chi esercita funzioni pubbliche ha il dovere di adempierle con dignità ed onore”. Così recita l’art.54 della Costituzione, con linguaggio che sembra venire da un altro mondo. Era il linguaggio di Berlinguer, che vedeva, già all’inizio degli anni Ottanta, la Repubblica ferita nelle fondamenta. Non fu ascoltato da chi aveva il dovere di ascoltarlo, nei partiti e nelle Istituzioni. Anche la sua voce si spense poco dopo l’intervista, ma pochi anni prima del collasso del sistema, crollato sotto il peso della questione morale, cioè di una gigantesca questione politica. Lo sconquasso di quegli anni portò alla scomparsa di tutti i partiti – unica sopravvissuta la allora neonata Lega, che parlava con grossolanità attraente e mobilitante -, alla nascita di forze politiche inedite e precedentemente impensabili, come un partito azienda, una miriade di sigle improvvisate, mutazioni improvvisate, alla “si salvi chi può”. Fu allora che, in modo più o meno esplicito, l’indicazione di Miglio fu presa in considerazione.

Di chi era la colpa del disastro? Di un deficit della politica o di una Costituzione da cambiare? Cambiare come? Dare più forza ai governi – tutti – della Repubblica, della Regioni, dei Comuni. Riforme elettorali con premi di maggioranza, che rafforzano Consiglio dei ministri, Presidenti di Regione e Sindaci. Parlamento e Consigli deprivati di ruolo e di peso. Questo accadde all’inizio degli anni Novanta. Ci fu consapevolezza diffusa dei pericoli per la salute democratica della Repubblica? Se c’è stata consapevolezza, non è stata oggetto di ampia discussione pubblica. Non ebbi percezione del vulnus e non fui sola. Cominciò però in quel tempo ad incrinarsi, e sempre più, il rapporto fra rappresentati e rappresentanti. Di questo ci accorgemmo, e un certo allarme si diffuse. Tentativi di farne oggetto di riflessione critica, anche dentro ai partiti, fu tentato. Esiti non ci furono, mentre continuavano mutazioni di sigle, di simboli e di fortissima influenza dei media. In particolare le televisioni private, che divennero più influenti di qualsiasi discussione parlamentare.

Intanto, nascevano innamoramenti per capi affascinanti e di spettacolo – un nuovo primato italiano, dopo l’invenzione del fascismo -, e delusione, scontento e sconcerto lentamente allontanavano dai Partiti, dal voto. Allora, come si rimedia? Se c’è il rischio che idee leghiste possano ulteriormente fare presa e possano portare a disastri, si pensò, nell’ultimo anno del tormentato governo dell’Ulivo, non più prodiano, né d’alemiano, ma di Giuliano Amato, di togliere il terreno da sotto ai piedi di Bossi. Nessuna creatività politica ma rincorsa, e all’indietro.

Nel 2001, a urne quasi aperte per le imminenti elezioni, il governo Amato propose, e fu approvata dal Parlamento, una riforma costituzionale che, lo vediamo oggi con chiarezza, aveva potenzialità devastanti. Neppure in quel caso mi accorsi del guaio. Perché? La materia è obiettivamente complessa, e non fu accompagnata da discussione pubblica adeguata. Inoltre, era una riforma, quella del Titolo V LE REGIONI, LE PROVINCE, I COMUNI, proposta da un governo che, per quanto non entusiasmante, non era quello da me detestato e sconfitto dall’Ulivo nel 1996. Quindi, diedi fiducia. Sarà una riforma che impedisce – pensai , pensammo – il guasto proposto otto anni prima da Miglio. La Lega votò contro, anche nel referendum, incostituzionalmente confermativo, che ebbe successo. Anche questa fu una novità, che sia un governo a indire un referendum che confermi. Mentre i referendum dovrebbero essere richiesti da chi una norma la vuole cancellare. Per la Lega era un regionalismo all’acqua di rosa. Ben altro volevano. Pensai che già questo fosse una garanzia. Ragionamento ingenuo e superficiale, il mio.

Ma ben presto ci accorgemmo che la riforma del Titolo V era un errore. Lo dichiarò pubblicamente anche il padre nobile della riforma, l’allora ministro Franco Bassanini. Abbiamo sbagliato. La riforma del 2001 che concedeva alle Regioni la potestà di richiedere competenze esclusive in moltissime materie, comprese materie riguardanti diritti universali, come scuola e salute, non prevedeva più nessun controllo preventivo da parte dello Stato, ma solo impugnazioni successive. Ebbe inizio un continuo contenzioso fra Stato e Regioni, evidente conferma dell’errore compiuto, con un Parlamento sempre più fuori gioco, come voleva lo spirito del tempo, e di oggi. La riforma costituzionale voluta dal governo Berlusconi, scritta in buona misura da Calderoli, e dai noi fermata, nel 2006, avrebbe peggiorato definitivamente lo squilibrio. Lo Stato avrebbe dovuto definire i Lep (livelli essenziali delle prestazioni), operazione mai compiuta, neppure oggi. Anzi, l’attuale proposta di legge di Calderoli sposta a dopo l’approvazione della sua legge la loro definizione, rendendo definitivo il criterio della spesa storica sostenuta dalle Regioni, a conferma, che – dice Calderoli per rassicurarci – non cambierà niente. Quindi, tranquilli. Reggio Emila ha sessanta asili nido e continuerà ad averli. Reggio Calabria ne ha tre, e tre li manterrà.

Una cristallizzazione delle disuguaglianze. Le tasse di chi abita in una Regione, nella sua Regione rimangono. I doveri di solidarietà economica, politica e sociale e la progressività fiscale, a vantaggio dell’intera Nazione, che la Costituzione pone negli art. 2 e 53, dagli effetti, a dire il vero, fin qui non entusiasmanti, verrebbero anche formalmente disattesi.

Per dare corpo al modello Miglio, nel 2014 Lombardia e Veneto indicono un referendum, per raccogliere il parere del proprio “popolo”. Soprattutto interessante il caso del Veneto del presidente Zaia, che propose sei quesiti. Di questi la Corte Costituzionale ne cancellò cinque, lasciando vivere solo il primo quesito, coerente con gli art.116 e 117 della riformato Titolo V. Ma cosa diceva il sesto – cassato – quesito? “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana?”. Ora, visto che non ho dubbi sulla intelligenza di Zaia, quale interpretazione posso dare? Zaia dà un messaggio forte. Non fateci troppo arrabbiare, dateci la sostanza di quello che chiediamo. Altrimenti, ne vedrete delle belle.

E, anche senza sommosse venete, di belle ne stiamo proprio vedendo. Ci stiamo avvicinando a un punto di caduta drammatico. L’opinione pubblica ne è consapevole? Ha informazioni sufficienti per diventare consapevole?

Se arriveranno a destinazione la legge Calderoli e il Premierato elettivo, sul nostro paese si abbatterà una tempesta perfetta. Una espressione efficace di Alfiero Grandi, in apertura di un seminario di qualche tempo fa del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.

Due linee di faglia, apparentemente opposte, si apriranno. Italia a pezzi, con molte Regioni – per convinzione o per provocazione? – che hanno chiesto o stanno chiedendo l’Autonomia. Ma di tutto questo nulla si sa. E il Premierato elettivo, con il quale non si entra nella terza Repubblica, ma più semplicemente, la si capovolge. La base della Repubblica non sarà più la rappresentanza del popolo sovrano, il Parlamento, ma il Capo, una base concentrata in un solo punto, o persona, nella quale tutto si sintetizza.

Il Capo? Ci viene in mente niente? Certo, la storia non si ripete mai identica. Ma quando una democrazia, per varie ragioni, si indebolisce, la scorciatoia del Capo è già stata, e continua ad essere, affascinante.

Il seguito, in assenza di buona e diffusa informazione, si vedrà nel suo svolgersi con più chiarezza dopo le elezioni europee. Alcune voci – oltre a quelle, fondamentali, degli studiosi e dei costituzionalisti, nei quali abbiamo fiducia, e che mai sono stati silenziosi – si sono levate, dicendo che l’Autonomia differenziata è una follia. Non solo quella di partiti e movimenti che in Parlamento non ci sono o che, quando vi arrivano, come è stato il caso di una Lip costituzionale da noi sostenuta, vengono respinti dopo solo due ore di discussione. Come dire, non fateci perdere tempo. Ma voci di forza superiore alla nostra, di noi piccoli lillipuziani. La Chiesa, Confindustria, i Sindacati. Saranno ascoltati? Intanto, per essere se non ascoltati, almeno visti, più di 160 associazioni hanno fatto rete, chiamata La Via Maestra Insieme per la Costituzione. Due importati manifestazioni, il 7 ottobre scorso, a Roma, e due giorni fa, a Napoli, hanno con robusti argomenti detto un forte NO a tutto questo. Perché a Napoli? Perché ancora una volta c’è chi disprezza i parassiti del Sud e intende pareggiare un conto – in sospeso da tempo – a proprio favore.

Noi, società civile costituzionalmente orientata, quale compito abbiamo? Informare, chiarire, fare circolare pensieri e discuterne. Come da tempo cerchiamo di fare. Ci ispiriamo a un pensiero di Norberto Bobbio, ripreso da Francesco Pallante nel suo prezioso libro, che abbiamo discusso con lui venerdì scorso, a Ravenna e a Faenza. “La democrazia è il regime delle decisioni pubbliche assunte in pubblico”. Decisioni di rilevanza pubblica sono prese in pubblico? Se anche il Parlamento è messo ai margini e hanno più forza poteri non pubblici, possiamo dire che stiamo vivendo in una democrazia che non gode di buona salute. Calderoli, irridendoci, dice. Ma cosa vi lamentate, stiamo finalmente applicando come si deve la vostra riforma del Titolo V. Allora, mi auguro che la gioventù, che di questo errore non ha alcuna colpa, si unisca a noi nel respingere questo errore. Come? Landini, il 25 maggio, a Napoli, ha detto. Lo faremo seguendo ogni possibile strada, compreso il referendum.

Per impedire che Risorgimento, Resistenza e Costituzione, frutto politico della Resistenza, colpiti da una tempesta perfetta, non facciano più parte dalla nostra storia.

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