Nordio deride chi sta firmando: è il miglior testimonial del NO

di Massimo Villone - Ilfattoquotidiano.it - 08/01/2026
Il voto contrario non riguarda solo la “sua” riforma, ma colpisce il complessivo disegno di stravolgimento della Costituzione in cui la “sua” riforma si inserisce.

Pare che il Comitato del No pensi a testimonial. Potrebbe risparmiarsi la fatica, perché ne ha già uno nel ministro della Giustizia in carica. Alcuni punti di una sua recente intervista al Corriere della Sera meritano una riflessione.

1) Il governo ha volutamente taciuto nel dibattito in Parlamento sulla riforma costituzionale proposta dal governo e approvata senza alcuna modifica delle Camere. È davvero inedita la figura di un ministro che tace in aula e poi scrive in un libro quel che avrebbe inteso dire. Se altri seguissero il suo esempio vedremmo nascere un nuovo genere letterario, non lontano da I dolori del giovane Werther

2) Il governo era pronto a forzare la mano al capo dello Stato sulla data del voto, avendo desistito dall’originario proposito di fissarlo al 1º marzo non per le perplessità del Quirinale, ma per la richiesta di raccolta firme presentata da 15 volenterosi. 

3) Siccome la richiesta di referendum era stata già presentata dai parlamentari e ammessa dalla Cassazione, Nordio definisce la raccolta firme “inattesa” e “superflua” a puri fini dilatori. In realtà il ministro parla di voto nella seconda metà di marzo, quindi non possiamo escludere che il governo pensi ancora a una forzatura.

Partendo dal 1º febbraio, primo giorno utile dopo la scadenza del 30 gennaio per la presentazione delle firme, fino alla seconda metà (15-31) di marzo indicata da Nordio corrono 43-58 giorni. Ma per la legge 352/1970, dopo la scadenza del termine (30.01), devono intervenire un’ordinanza della Cassazione sulla richiesta di raccolta firme, una deliberazione del Consiglio dei ministri e il decreto di indizione: cadendo il voto in una data compresa tra i 50 e i 70 giorni successivi, il primo giorno aritmeticamente utile sarebbe il 29 marzo. Sempre che tutti si pongano agli ordini del governo senza nemmeno una pausa caffè.

Ma non parrebbe interesse del governo rendere ovvio di temere tanto il voto da mettere tutti alla frusta per abbreviare in qualsiasi modo la campagna referendaria. Oppure di accelerare perché interessano altre riforme, e non quella “epocale” della giustizia. In ogni caso, non potendosi escludere forzature, ricordiamo che i 15 volenterosi hanno non solo la legittimazione a ricorrere avverso il decreto di indizione, ma possono anche nell’ambito del giudizio instaurato cercare la via della Consulta con un’eccezione di incostituzionalità. Che sarebbe giustificata da qualsiasi iniziativa che nuocesse alla raccolta firme e quindi al conseguimento dello status di comitato promotore in senso proprio. Ad esempio, non aspettando l’ordinanza della Cassazione sulla richiesta del Comitato e facendo invece valere l’ordinanza già adottata il 18.11 sulle richieste dei parlamentari.

Alla destra sono saltati i nervi. La vuota polemica sui manifesti Anm è solo l’ultimo esempio. Merito della raccolta firme che, pur partita con un ritardo evitabile, è già a metà dell’opera. Il quorum è alla portata e va assolutamente perseguito. Potrebbe anzi essere largamente superato se il Comitato del No nell’evento di lancio del 10 gennaio ponesse la raccolta tra gli obiettivi primari. Una campagna fondata su un consenso già certificato da centinaia di migliaia di firme è più efficace. Meno male che Nordio c’è: definendo la raccolta firme “inattesa” e “superflua”, a nome del governo ha ascritto tutte le firme presenti e future alla causa del No.

Attestando al tempo stesso che il voto contrario non riguarda solo la “sua” riforma, ma colpisce il complessivo disegno di stravolgimento della Costituzione in cui la “sua” riforma si inserisce. Non abbiamo testimonial migliore per il No. Auspichiamo, anzi, che Nordio parli non solo della sua riforma, ma anche delle altre. Quanto all’incompetenza sulle relative materie, non farebbe differenza. Lo ringraziamo fin d’ora a nome della Repubblica.

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