La giustizia nel filo nero delle controriforme meloniane

di Mauro Volpi - micropolisumbria.it - 09/01/2026
La verità è che l’obiettivo del Governo chiaramente enunciato dalla Meloni e da Nordio è quello di impedire le cosiddette “invasioni di campo” sia dei magistrati ordinari, sia della Corte dei Conti, sia della Corte di giustizia dell’Unione europea, rendendo la politica immune dai controlli di legalità e libera di violare la Costituzione, il diritto europeo e quello internazionale.

Ommette un grave errore politico e culturale chi nella sinistra o nel campo progressista pensa che il voto nel referendum sulla cosiddetta “riforma della giustizia” possa essere isolato da tutte le altre controriforme proposte dal governo Meloni. La ragione per cui bisogna votare No è stata ben espressa da un vecchio saggio socialista come Rino Formica, il quale ha parlato di “grimaldello referendario per attaccare la Costituzione” e ha rilevato l’intento della destra “di modificare pezzi di Carta per poi radicalmente mutare l’ordinamento”.

La Presidente del Consiglio ha indicato pubblicamente il percorso che intende seguire nel prossimo futuro. Il ricorso alla riforma costituzionale della magistratura, seguito dal referendum nel quale il Governo dà per sicura la vittoria del Si, deve aprire la strada all’adozione di una legge elettorale più favorevole al centro-destra grazie all’abolizione dei collegi uninominali, a un abnorme premio di maggioranza con il 55% dei seggi assegnato alla prima coalizione che superi il 40% dei voti (quindi corrispondente, dato il tasso di astensionismo, al 22/23% degli elettori) e infine alla istituzione di un “premierato di fatto” con l’indicazione nella scheda elettorale dei candidati alla guida del Governo. Il premio di maggioranza oltre ad essere antidemocratico porta alla formazione di coalizioni eterogenee e di governi inefficienti, come dimostra l’esperienza della legge Calderoli del 2005 (il cosiddetto Porcellum). Le candidature alla Presidenza del Consiglio sono in palese contrasto con l’art. 92 c. 2 Cost. il quale ne attribuisce la nomina al Presidente della Repubblica.

A seguire poco prima della fine della legislatura dovrebbe essere approvata “la madre di tutte le riforme” (così battezzata da Meloni), quel premierato fondato sull’elezione popolare del capo del Governo e sullo sconvolgimento degli equilibri costituzionali. A essere ridimensionato sarebbe il Capo dello Stato, i cui poteri relativi alla formazione dell’esecutivo e allo scioglimento delle Camere diventerebbero atti dovuti derivanti dalla volontà del Presidente del Consiglio eletto. Il Parlamento sarebbe succube fin dalle elezioni in quanto la sua maggioranza verrebbe trascinata dal voto dato al candidato-Premier vincente e poi resterebbe soggetto allo scioglimento automatico qualora votasse la sfiducia al Presidente del Consiglio e potrebbe essere liberamente sciolto anticipatamente da questi mediante il ricorso alle proprie dimissioni. Il referendum costituzionale si svolgerebbe all’indomani delle future elezioni politiche sulla scia della vittoria elettorale del centro-destra che conquisterebbe il premio di maggioranza.

Nel frattempo, nel quadro di un mercimonio tra la Lega e FdI, il ministro Calderoli si è portato avanti con il progetto di autonomia differenziata. Prima ha presentato un discutibile disegno di legge delega per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali, attualmente fermo in Parlamento. Poi ha stipulato su delega della Meloni delle preintese praticamente identiche con quattro Regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria), che prevedono l’attribuzione ad esse di nuove competenze su protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, sanità, facendosi beffe della sentenza 192/2024 della Corte costituzionale, per la quale possono essere chieste non intere materie ma specifiche funzioni e ogni richiesta deve essere giustificata con riferimento alla natura della funzione e allo specifico contesto regionale. Inoltre la legge di bilancio per il 2026 contiene alcuni articoli sulla determinazione dei LEP in materia sanitaria, di assistenza sociale e di assistenza agli studenti con disabilità, che il Parlamento si limiterà a ratificare nei pochi giorni in cui potrà esaminare la legge sulla quale il Governo porrà la questione di fiducia. Continua quindi ad andare avanti la “secessione dei ricchi”, come l’ha definita l’economista Gianfranco Viesti, a discapito della grande maggioranza delle Regioni italiane, compresa l’Umbria.

L’obiettivo di fondo è chiaro ed è stato anticipato nella relazione in un disegno di legge per l’elezione di un’Assemblea costituente presentato da FdI nel 2022 prima delle elezioni. In questo era proclamato apertamente l’intento di procedere a “una profonda revisione del sistema, volta alla riedificazione e non alla mera formalistica ristrutturazione, dell’architettura costituzionale della Repubblica”. Una volta arrivati al governo, l’obiettivo viene perseguito modificando la Costituzione a pezzi, ma è chiara la volontà di stravolgerne tutta la seconda parte e, come ha sottolineato Enzo Cheli presidente emerito della Corte costituzionale, di colpire i “principi di pluralismo e garantismo che hanno orientato nel dopoguerra il processo costituente e che rappresentano tuttora le basi del nostro ordinamento repubblicano” e di sostituire alla “democrazia liberale e partecipativa” una “democrazia autoritaria e maggioritaria pronta a calpestare le ragioni della minoranza”.

In questo contesto deve essere collocata l’analisi delle ragioni profonde che hanno ispirato la riforma della magistratura. Si è trattato di un testo blindato approvato a maggioranza senza un confronto né con le opposizioni né con la magistratura e con la cultura giuridica, fino al punto di impedire gli emendamenti da parte dei parlamentari della maggioranza e la presa in considerazione delle perplessità avanzate anche da politici e studiosi di centro-destra. Il procedimento seguito ha quindi violato la sostanza dell’art. 138 Cost., nel quale le garanzie rappresentate dalla doppia delibera di ogni Camera e dalle maggioranze qualificate per l’approvazione (assoluta e dei due terzi dei componenti) dovrebbero comportare un serio confronto politico-parlamentare. In questo modo la “riforma” è passata sopra la testa non solo del Parlamento, ma anche della società e dei cittadini che il Governo vorrebbe far votare al referendum nel più breve tempo possibile in modo che la gran parte non sia messa in condizione di rendersi conto pienamente della portata del voto. Nel contenuto la controriforma non affronta nessuno dei problemi reali della giustizia, non abbreviando neanche di un minuto la durata dei processi né consentendo un migliore funzionamento degli uffici giudiziari.

La cosiddetta “separazione delle carriere” è solo un paravento, che non modifica la realtà in quanto il passaggio dalla funzione di pubblico ministero a quella di giudice può verificarsi una sola volta nel corso della carriera ed è smentita dai dati la cosiddetta subalternità dei giudici, i quali in circa il 50% dei processi penali non accolgono la richiesta dei p.m. Inoltre la riforma non eviterebbe il conflitto potenziale tra Procure che sarebbe esacerbato dal ruolo assegnato a un p.m. completamente staccato da una comune cultura giurisdizionale e titolare di un potere di accusa che tenderebbe a trasformarlo in “avvocato della polizia”, a discapito del rispetto delle garanzie dei diritti delle persone, il che moltiplicherebbe i casi di malagiustizia. Inoltre il p.m. sarebbe destinato in futuro a finire sotto il controllo e le direttive del Governo che potrebbe utilizzare come argomento l’eccessivo protagonismo acquisito dall’accusa.

La questione centrale della riforma è lo smembramento del Consiglio superiore della magistratura, organo chiamato a garantire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, che viene triplicato con un Consiglio per i giudici, uno per i p.m., e un’Alta Corte disciplinare, nuovo giudice speciale competente a decidere sia in primo grado sia in appello (con soppressione del diritto di impugnare le decisioni in materia disciplinare di fronte alla Corte di cassazione ex art. 11 c. 7 Cost.). Ciò, oltre a comportare una triplicazione dei costi, indebolirebbe gli organi di garanzia grazie alla sostituzione del sorteggio alla attuale elezione da parte di tutti i magistrati dei componenti togati, i quali deriverebbero dal caso e sarebbero privati di ogni rappresentatività, quindi esposti ai condizionamenti esterni di politici e faccendieri, com’è avvenuto nella vicenda Palamara.

La verità è che l’obiettivo del Governo chiaramente enunciato dalla Meloni e da Nordio è quello di impedire le cosiddette “invasioni di campo” sia dei magistrati ordinari, sia della Corte dei Conti, sia della Corte di giustizia dell’Unione europea, rendendo la politica immune dai controlli di legalità e libera di violare la Costituzione, il diritto europeo e quello internazionale. I cittadini avrebbero tutto da perdere dallo stravolgimento dello Stato diritto e da una giustizia che, grazie alle leggi che hanno ridotto i reati e le pene per i colletti bianchi e incrementato quelli per gli strati sociali più emarginati e contro le manifestazioni anche pacifiche di dissenso, sarebbe forte con i deboli e debole con i forti. Chi ha a cuore le sorti della democrazia costituzionale non può che opporsi, per evitare che sia attuato un cambiamento del sistema giudiziario di tipo illiberale com’è avvenuto in Polonia, Ungheria, Turchia e si sta verificando in Israele. E per difendere la Costituzione democratica e antifascista.

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