Referendum, l’ultima forzatura di Meloni per contrastare il No alla riforma della giustizia

di Alfiero Grandi - strisciarossa.it - 17/01/2026
Questo governo e questa maggioranza non sopportano le critiche, i controlli previsti dalla Costituzione, vogliono le mani libere e hanno la tentazione (molto trumpiana) di decidere anche quello che non è loro consentito.

In 21 giorni raccolte 350 mila firme

Il governo ha imposto la riforma della giustizia al Parlamento e ora vorrebbe imporla ad elettrici ed elettori tagliando i tempi previsti dalla legge per la raccolta delle firme e per la campagna elettorale. L’esecutivo ha infatti compiuto una evidente forzatura fissando la data della consultazione per il 22 e 23 marzo. Ha lanciato una sfida a quei cittadini che sostengono il No alla riforma Nordio e stanno raccogliendo le firme avendo come scadenza (prevista dalla legge) il 30 gennaio. Per questo, di fronte a questa scelta del governo Meloni, la raccolta deve continuare con ancora maggiore impegno e questo rafforzerà ulteriormente le ragioni di tutto lo schieramento dei sostenitori del No.

In 21 giorni raccolte 350 mila firme

In soli 21 giorni sono arrivate, infatti, più del 70% delle 500.00 firme necessarie per ottenere il referendum e per ottenere per il comitato promotore un ruolo di rango costituzionale, con tutti i diritti connessi. La raccolta delle firme è parte integrante della campagna elettorale per il No che sta iniziando con la formazione dei comitati in tutti i comuni, grazie anche al contributo di tanti sindaci. Il Comitato promotore delle firme ha comunque diritto di opporsi in tutte le sedi alla decisione del governo, che ha anticipato la data del referendum compiendo un atto di imperio.

Il 10 gennaio scorso si è anche presentato a Roma il Comitato per il No contro questa legge che interviene pesantemente su aspetti fondamentali dell’organizzazione della magistratura che presidiano l’autonomia e l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri. Nel corso dell’iniziativa è stato confermato il pieno sostegno alla raccolta delle firme che si sta rivelando una importante forma di partecipazione e mobilitazione per fermare la legge Nordio.

Non bisogna mai dimenticare che la divisione dei compiti e l’equilibrio tra i poteri dello Stato (governo, Parlamento magistratura) sono elementi costitutivi della democrazia disegnata dalla nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Sarebbe curioso che venisse sottovalutato un cambiamento di questa portata. Tanto più che è parte di un triangolo che comprende, oltre alla legge Nordio, il tentativo di scasso dell’unità nazionale di diritti fondamentali (sanità, scuola, lavoro, previdenza, ecc.) rappresentato dall’autonomia regionale differenziata e il cosiddetto premierato, cioè l’elezione diretta del capo del governo, modalità che non esiste in altri paesi e che il costituzionalista Michele Ainis ha giustamente definito “capocrazia”.

La legge Nordio è un tentativo della destra di imporre una modifica di una Costituzione che non è mai stata interamente accettata dalla destra per la sua radice antifascista e per le caratteristiche di democrazia avanzata. Lo stravolgimento della Costituzione è obiettivo di un governo che ha un carniere di risultati di governo insignificanti, al punto che perfino il mantenimento dei conti pubblici sotto controllo diventa sterile perché non è per niente occasione per ridare slancio e futuro all’Italia. Quindi cambiare la Costituzione diventa un obiettivo utile per cercare di arrivare alle prossime elezioni con qualche risultato forte da esibire di fronte agli elettori.

Senza il quorum ogni voto conta e può far vincere il NO

Ricordiamo che la destra ha avuto nel 2022 un premio di maggioranza del 15%, al punto che con il 44% dei voti ha ottenuto il 59% dei seggi in Parlamento. Ma la destra ha interpretato questo risultato come se avesse ottenuto la maggioranza dei voti. Invece non è così, anzi il risultato che ha ottenuto è dovuto ad una legge elettorale erratica che strapremia le coalizioni e è stato favorito dalle divisioni del centrosinistra. Per di più le soglie di garanzia previste dalla Costituzione sono rimaste quelle precedenti e quindi la maggioranza di destra ha ottenuto un numero di parlamentari che le è bastato per cambiare da sola la Costituzione, anche se non ha raggiunto i 2/3 dei parlamentari e ha dovuto sottostare al referendum, che a questo punto il governo cerca di trasformare in un plebiscito a suo favore.

Il referendum rappresenta quindi un appuntamento politico fondamentale prima delle prossime elezioni politiche. La fretta del governo nasce dalla constatazione che i tempi stanno cambiando e più tempo passa più i dubbi aumentano su una riforma che snatura l’organizzazione della magistratura dividendo il Consiglio superiore della magistratura in 3 parti (due Csm di giudici e pm con i componenti magistrati estratti a sorte, come alla tombola, e un Comitato disciplinare esterno, senza possibilità di ricorso, ma unico per tutti i magistrati, chissà perché).  In sostanza si ridimensionerebbe il ruolo e l’autonomia della magistratura, aprendo ad un futuro che non nasconde la volontà di sottoporre i giudici e i pm al controllo del governo.

Questo governo e questa maggioranza non sopportano le critiche, i controlli previsti dalla Costituzione, vogliono le mani libere e hanno la tentazione (molto trumpiana) di decidere anche quello che non è loro consentito. I richiami a Berlusconi sono la ciliegina sulla torta, macabra quanto inaudita. Per questo il referendum deve diventare una netta e chiara sconfessione dei provvedimenti del governo Meloni e anzitutto della legge Nordio. In questo referendum – non essendo previsto il quorum – chi va a votare conta e fa vincere, può essere un utile antidoto all’astensionismo. Non fermiamoci.

Alfiero Grandi

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