Antagonismo e solidarietà

di Guido Viale - pressenza.com/it - 12/02/2026
L’antagonismo senza solidarietà è sterile perché non fa crescere e non vuole far crescere niente altro

Infierire in gruppo su una persona caduta e isolata, poliziotto o no che sia, è un crimine, ma soprattutto è una manifestazione di crudeltà, cinismo e cattiveria (i termini buoni e cattivi sono da qualche tempo rientrati nel lessico politico, soprattutto nelle varianti di buonista e incattivire). E’ però meno della centesima parte di quello che i manifestanti contro il G8 di Genova avevano subito 25 anni fa a opera di polizia, carabinieri e guardia di finanza nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto e in piazza Alimonda.

Una “macelleria messicana”, come definita da uno dei suoi responsabili, o la più grande aggressione del dopoguerra contro una manifestazione in Europa, come sancito da Amnesty International, il cui ricordo si è impresso nella memoria delle generazioni successive come la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli si erano impressi nella memoria di quelle precedenti. (Nessuna scusa, nessuna punizione e molte promozioni in entrambi i casi). Un ricordo rinfocolato nel tempo dalle molte aggressioni poliziesche subite dai manifestanti nel corso degli anni, non ultima quella di almeno tre persone non impegnate negli scontri nel corso della giornata del 31 gennaio a Torino.

Un background del genere, rinfocolato nel corso degli ultimi mesi dalle accuse rivolte a centinaia di migliaia (milioni in tutto il mondo) di giovani e non scesi in piazza per denunciare lo sterminio dei palestinesi a Gaza e nei territori occupati, di essere terroristi non ha suscitato nelle nuove generazioni simpatia per la polizia e i suoi mandanti al governo, asserragliati, con armi, accordi, veti e legittimazioni, nel sostegno allo sterminio dei palestinesi.

Certo quelle contrapposizioni non giustificano un’aggressione gratuita, ma possono contribuire a spiegarla e comprenderla: molti di quei giovani vedono nella polizia il volto nemico dello Stato e sfogano contro di essa la rabbia per la condizione di isolamento, esclusione, ingiustizia, miseria sociale prima ancora che materiale, a cui li condannano gli assetti sociali vigenti. Alcuni non vedono altro; se ne fregano se rischiano di rovinare una manifestazione di decine di migliaia di persone, anzi, pensano che coinvolgerle negli scontri qualifichi la presenza di tutti. Praticano un antagonismo personale senza alcun senso di solidarietà verso chi è sceso in piazza con intenti diversi dal loro. E’ quello che Sergio Bologna qualifica come “intifada”, una lotta senza prospettiva e senza volontà di averne, in opposizione alla solidarietà con le diverse e variegate motivazioni degli altri manifestanti, che Sergio Bologna chiama “ricomposizione”.

La solidarietà è sempre connotata dalla reciprocità; non è benevolenza né beneficenza, perché in essa tutti portano quello che hanno e sono pronti ad accogliere, anche senza condividerlo pienamente, quello che portano gli altri. L’antagonismo senza solidarietà è sterile perché non fa crescere e non vuole far crescere niente altro. Come lo è la solidarietà senza antagonismo, che non può estendersi e approfondirsi senza confrontarsi con chi la contrasta con una promozione incondizionata dell’individualismo e con la volontà di spezzarla quando comincia a ingombrare il campo. Non c’è l’uno senza l’altra. E viceversa.

Inutile pensare di superare le divaricazioni tra antagonismo e solidarietà appellandosi ai “valori” (quali?) di chi vorrebbe “rieducare” gli antagonisti. Il mondo adulto, e meno che mai quello istituzionale, non hanno alcun titolo per instradare verso forme accettabili di convivenza le nuove generazioni che vivono il disagio dello stato di cose presente. Sono – siamo – implicate e implicati fino al collo nella nostra accettazione delle ingiustizie, della violenza, dell’ipocrisia, delle diseguaglianze del mondo in cui viviamo, o nella nostra incapacità di combatterle. Che cosa pensiamo mai di insegnare, al di fuori – quando c’è – di quello che possiamo cercare di trasmettere con l’esempio? Non ci accorgiamo forse – soprattutto quelli di noi che hanno continuato a tenere alta la prospettiva di un altro mondo possibile – che i giovani non hanno alcun interesse per quello che diciamo, per le riunioni a cui li invitiamo, che non si riconoscono nel nostro linguaggio, che sentono impregnato di ipocrisia?

L’unica alternativa praticabile è facilitare – o almeno non ostacolare, non temere – la loro autonomia, aiutarli a creare le condizioni per auto-educarsi reciprocamente in sedi dove il loro più che legittimo antagonismo possa essere fertilizzato dalla solidarietà. E viceversa. Queste condizioni sono innanzitutto degli spazi: spazi fisici, al di fuori di quelli imposti dal denaro, dal conformismo e dalle mode e spazi di informazione e di cultura, sottratti al controllo dei padroni dei media. Spazi dove costruire pratiche in cui quei due orientamenti possano confluire in una prospettiva comune, come quelli in cui si stava sperimentando una difficilissima convivenza tra istituzioni e antagonismo e che proprio per questo sono stati oggetto di conclamati sgomberi. E non solo dall’attuale compagine governativa. E’ una storia che dura da tempo sotto i governi e le amministrazioni più diverse in nome della proprietà privata, dell’”ordine”, della “sicurezza”, di una legalità che non è difesa dei diritti, ma l’esatto contrario. La loro offesa.

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