CESARE ROMITI E LA LOTTA ALLA FIAT DEL 1980

di Umberto Franchi - 19/08/2020
Ma ora che è morto, credo che una considerazione in positivo possa essere fatta anche su Cesare Romiti, questa: lui anche se reazionario era comunque uno che faceva l’imprenditore e non avrebbe mai permesso che la sede legale della FIAT fosse portata in Olanda e quella Fiscale a Londra...
Alla Fine del mese di settembre 1980, arrivai a Torino di sera,  alloggiai in un albergo e subito dopo andai a cena con Carla, come già avevamo stabilito per telefono. A tavola  continuammo a parlare a lungo della situazione politica e della Fiat, dopo accompagnai Carla con la mia Mini Cooper nella sua abitazione...
   Il mattino successivo partimmo assieme per andare davanti la Fiat. Appena arrivati vedemmo un corteo di operai che stava uscendo dalla fabbrica e ci unimmo a loro. Per le strade i lavoratori reclamavano con un altoparlante la difesa del posto del lavoro, il rifiuto della cassa integrazione a zero ore...chiedevano solidarietà ai cittadini, ai negozianti.
Ma la mia sorpresa fu quando vidi che i passanti, i negozianti, i cittadini in genere erano del tutto indifferenti al corteo. Si comportavano come se fosse stato un vecchio disco già ascoltato mille volte, come se fossero stanchi di vedere i soliti cortei, nessuno li “cacava” più.
 Pensai subito se non c’è più alcun legame con il territorio, sarà molto difficile vincere questa battaglia. Infatti da lì inizierà il cambiamento epocale anche in termini culturali con la rivincita della destra.
    Tornati davanti i Cancelli, un sindacalista della FIOM fece un comizio  facendo il punto della situazione dicendo che la Fiat voleva la rivincita, rimangiare le conquiste fatte negli anni precedenti, licenziare migliaia di lavoratori tra cui tutti i sindacalisti e quelli che nel passato avevano guidato le lotte.
L’Amministratore delegato Cesare Romiti era stato esplicito dicendo: la Fiat deve riprendere le leve del comando ed imporre la propria autorità ripristinando il lavoro a catena anche dove erano state effettuate sperimentazione nuove sull’organizzazione del lavoro, isole di lavoro)  ripristinando soprattutto il ruolo gerarchico di comando e di potere disciplinare.
 Secondo la Dirigenza Fiat, le lotte degli anni 70 andavano cancellati perché avevano distrutto la gerarchia in fabbrica , con una classe operaia che era diventata lassista , svogliata, assenteista, menefreghista e con la pretesa di voler cambiare le prerogative della Direzione in merito al modo di lavorare per dare il potere di comando ai Consigli di Fabbrica.
La Direzione alla guida di Cesare Romiti , aveva deciso di fare piazza pulita di un decennio di lotte operaie e delle conquiste fatte ...  Gli operai dovevano tornare ad avere un ruolo del tutto subordinato ai loro superiori e lavorare su comando senza effettuare contestazioni,  ma soprattutto senza più dovere pretendere di trattare in merito alle scelte strategiche,    agli qualità e quantità degli investimenti da effettuare nell’azienda,  alle richieste di miglioramenti finalizzati alla  prevenzione e sicurezza nel lavoro, ed anche  senza più trattare  per cambiare l’organizzazione del lavoro, migliorare la professionalità,  incrementare i salariali.
     Lo scontro era quindi chiaro e frontale, o vinceva la classe operaia o il padrone.
Davanti ai cancelli c’èra sempre un folto gruppo di operai in sciopero, di delegati, sindacalisti come me provenienti da altre realtà d’Italia e molti gruppi politici. Si discuteva molto sulla lotta da portare avanti, ma quello che mi stupiva in negativo era la poca capacità di analisi, non tanto sulle volontà di Cesare Romiti e della FIAT, ma della situazione sia del territorio e soprattutto del fatto che  scioperavano solo gli operai ed in maggioranza immigrati (non c’èrano i Quadri e gli Impiegati) . Questa situazione mi faceva dubitare sulla capacità di  tenere a lungo  la lotta.
   La mattina la passavo assieme a Carla davanti ai cancelli della Fiat, mentre nel pomeriggio partecipavo alle riunioni dei delegati ... ed un pomeriggio arrivo anche il grande  Enrico Berlinguer... il quale senza mezzi termini disse che qualora i lavoratori ritenessero necessario occupare la fabbrica FIAT,  il PCI sarebbe stato al loro fianco .
   La mia permanenza davanti la Fiat di Torino durò quattro giorni, dopo me ne tornai a Lucca con la preoccupazioni che una possibile sconfitta alla Fiat  avrebbe sicuramente  avuto delle ripercussioni gravi su tutto il movimento operaio ed il sindacato.
La disfatta fu perseguita da Cesare Romiti Presidente Amministratore delegato della Fiat in sostituzione di Gianni Agnelli. I licenziamenti voluti dalla Fiat, avevano l’obiettivo di scompaginare il governo dell’organizzazione del lavoro, dei carichi di lavoro, dell’occupazione con la definizione concordata degli organici in ogni reparto, del governo della sicurezza e prevenzione ambientale… in sostanza di tutto il potere che il Consiglio di Fabbrica ed i lavoratori avevano acquisito a partire dal 1968.
   La vicenda ebbe uno sbocco di divisione quando l’azienda decise di trasformare la richiesta dei 14.000 licenziamenti in 23.000 in Cassa Integrati a zero ore e senza alcun impegno per il rientro.
Tutti sapevano che questa posizione era peggiore della prima perché dopo la cassa integrazione avrebbero licenziato più lavoratori di quelli già annunciati (14.469).
Ma la Fiat con la mossa di inviare le lettere a tutti quelli che voleva mettere in CIGS, divise i medesimi sia tra i diversi operai che tra operai ed impiegati i quali non erano stati toccati.
 Aumento così  il fossato tra operai ed impiegati, tra operai già posti in Cassa Integrazione ed una parte di quelli che si sentivano garantiti,.. tra chi scioperava credendoci e chi, nel sindacato, aveva dato l’alt agli scioperi accogliendo le richieste degli impiegati che, 14 anni dopo nel 1994, verranno a loro volta licenziati in 3000 con un drastico ridimensionamento.
 Fu un  “massacro” di tutto ciò che sindacalmente era stato costruito alla Fiat e fu la più grave sconfitta della classe operaia dal 1968.
 La lotta alla Fiat di Torino terminò 20 giorni dopo, quando il 14 ottobre 1980, i “colletti bianchi” così venivano definiti i quadri e gli impiegati, invasero la città di Torino al grido di vogliamo lavorare, basta con gli scioperi.
 Il giorno dopo il Sindacato Nazionale CGIL CISL UIL, anziché rilanciare la lotta con uno sciopero generale nazionale e con un grande manifestazione a Torino,   capitolò vergognosamente , firmando un accordo dove si accettava  la cassa integrazione a zero ore per 24.000 operai di cui 300 erano delegati aziendali. Essi non avevano   alcuna prospettiva concordata  di rientro… il tutto veniva rimandato alla futura volontà dell’azienda. Infatti dei 24.000 operai in CIGS, rientreranno in azienda sei anni dopo solo in 3000 .
 Da lì prese forza l’offensiva padronale rimettendo in discussione molte delle conquiste fatte e la disdetta della scala mobile nel 1991, fino all’accordo Confederale  del 1993 che chiuderà un ciclo storico di lotte per il cambiamento della fabbrica e della società.
Ma ora che è morto,  credo che una considerazione in positivo possa essere fatta anche su Cesare Romiti, questa: lui anche se reazionario era comunque uno che faceva l’imprenditore e non avrebbe mai permesso che la sede legale della FIAT fosse portata in Olanda e quella Fiscale a Londra... come invece ha fatto Marchionne finendo per rafforzare solo le attività speculative a danno di quelle industriali.
Umberto Franchi



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