Decreto sicurezza e ri-decreto: dal governo un assedio al Quirinale

di Gaetano Azzariti - ilmanifesto.it - 22/04/2026
Non era mai successo che si giungesse a emanare un decreto che abroga una norma voluta da parlamento e governo, ma che non si vuole produca effetti

Abbiamo raggiunto il punto più basso della triste storia della decretazione d’urgenza. Un passo ulteriore verso il definitivo esautoramento del parlamento. La vicenda è nota. In sede di conversione di un decreto legge il senato ha introdotto una nuova norma.

L’incostituzionalità di questa nuova norma è apparsa subito del tutto evidente. Diciamo pure un errore, fatta da un parlamento ormai disabituato a riflettere sulla costituzionalità dei suoi atti. È il presidente della Repubblica a farlo notare. Con un’azione inusuale, soprattutto per Mattarella, sempre attento a non interferire nel merito delle decisioni politiche della maggioranza, attendandosi con rigore a salvaguardare il suo ruolo di garante degli equilibri costituzionali.

In questo caso, peraltro il suo intervento era apparso tempestivo, in grado di riparare allo scivolone della maggioranza. Era sufficiente guardare alla Costituzione, e dare seguito coerente per riparare il danno prodotto. Se a qualche cosa serve il bicameralismo paritario è che la seconda camera possa rimediare agli errori o correggere i testi dell’altro ramo del parlamento. Dunque, sarebbe bastato ammettere l’errore e tornare al testo precedente (in verità anch’esso pieno di questioni a rischio di incostituzionalità, ma questo è un altro discorso).

È vero c’è la possibilità che non si riesca ad approvare in modo definitivo il testo entro la scadenza costituzionale dei sessanta giorni. Ma in fondo non sarebbe un problema d’ordine costituzionale, proprio questo la Costituzione stabilisce e a quel punto il governo potrebbe con maggiore sensibilità costituzionale decidere cosa fare: lasciar perdere ovvero presentare un disegno di legge (non un altro decreto legge vista l’insussistenza dei presupposti di straordinaria necessità ed urgenza) da far discutere con profondità e pacatezza dal parlamento.

Dov’è il problema? Invece, preso dal panico e da una arroganza accompagnata dal disprezzo per le regole e la Costituzione, il governo forza la mano. Vuole imporre l’approvazione del decreto ad ogni costo, imporre la propria volontà al parlamento, impedendo che possa pronunciarsi, porre la questione di fiducia affinché la legge di conversione del decreto passi così com’è, senza abrogare la norma incriminata. Per poi immediatamente dopo (anzi a quanto si apprende, il giorno stesso della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale) smentirsi e approvare un decreto legge che dice non è vero nulla di quel che abbiamo imposto al parlamento, la norma non c’è più.

Non era mai successo, almeno in queste forme così sfacciate. Si può richiamare un discusso precedente, del 2006, quella che fu definito, con un po’ di ipocrisia, «correzione di errore redazionale». Un decreto legge emanato subito dopo l’approvazione della legge (in quel caso la Finanziaria, che aveva ragioni di essere promulgata entro il 31 dicembre), ma mai era avvenuto per ragioni dichiaratamente sostanziali, peraltro imposte dal governo con la fiducia. La storia dei decreti legge è notoriamente ben misera e costantemente denunciata.

Quest’ultimo decreto appare una summa delle sue forzature costituzionali: le ha ricordate ieri su questo giornale Francesco Pallante e dunque è inutile insistere. Quel che però non era mai successo è che si giungesse a emanare un decreto che abroga una norma voluta da parlamento e governo, ma che non si vuole produca effetti. Siamo in piena commedia dell’assurdo. Ma ciò che più preoccupa sono gli effetti sulle istituzioni travolti dal ghigno di Ionesco. Il governo dovrebbe approvare un testo, «sotto la sua responsabilità», in Consiglio dei ministri che abroga una norma che è ancora in discussione in parlamento, uccidendo così un fantasma; mentre il parlamento approvare una norma già dichiarata morta. Un decreto legge privo di oggetto e un’approvazione parlamentare fittizia. Ma l’organo più colpito sarebbe il presidente della Repubblica. Non solo perché i suoi rilievi non sarebbero stati accolti linearmente, modificando il testo nella sede parlamentare propria.

Ma anche perché il «pasticcio» del governo dovrebbe trovare l’avallo dello stesso presidente. A lui spetterebbe infatti tanto promulgare la legge di conversione quanto emanare il decreto «tappabuchi». Ma può il capo dello Stato firmare due atti che violano così platealmente l’ordine delle competenze costituzionali? Siamo ad una svolta, e la forzatura che si vuole imporre con questo gioco delle parti in commedia appare evidente. Il rigore e il rispetto della Costituzione rischiano di essere compromessi. Carlo Esposito scriveva che il capo dello Stato è «il reggitore degli stati di crisi».

Silente nei momenti in cui la dinamica politica, anche la più conflittuale, opera entro il recinto della Costituzione, ultimo garante della superiore legalità costituzionale quando questa è messa in discussione. In questi casi a lui spetta l’ultima parola. Siamo giunti sin qui?

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