Dopo avere per giorni imbastito una comunicazione terrorizzante – “accettate la nostra offerta o bombarderemo ogni centrale elettrica e ogni singolo ponte” – l’America di Donal Trump ha deciso di prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, senza una scadenza fissa.
La scadenza dell’ultimatum era ormai vicina – le due di questa notte, ora italiana – quando è stato emesso il milionesimo tweet che affermava: “Considerato che il governo iraniano è gravemente frammentato … ci è stato chiesto di sospendere l’attacco al paese dell’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unificata“, ha scritto Trump.
Il cessate il fuoco durerà “fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un senso o nell’altro“.
In pratica, gli Stati Uniti non possono riprendere le ostilità – per problemi interni, pressioni internazionali praticamente universali, crisi energetica ormai conclamata e lunga da recuperare anche senza continuare la guerra, ecc – e devono innestare la marcia indietro.
Siccome nella narrazione statunitense anche le sconfitte devono essere spacciate per vittorie. La motivazione ufficiale è rintracciata nelle “gravi spaccature” interne al gruppo dirigente di Tehran.
E’ possibile, e decisamente normale, che in un sistema di potere complesso come quello iraniano – tra istituzioni civili, militari, religiose intrecciare secondo un assetto che non corrisponde a quelli occidentali, ma neanche a quelli di una “dittatura teocratica”, altrimenti non si sarebbero potute invocare le “spaccature” – ci sia una differenza di opinioni su come affrontare la situazione imposta da Usa e Israele con l’aggressione.
Non sappiamo ovviamente quanto e come ciò possa essere corrispondente al vero, ma si capisce benissimo che la famosa “vittoria” necessaria a metter fine alla guerra da parte americana per ora è stata individuata a livello politico, visto che sul piano militare non era arrivata.
La narrazione diventa perciò “sono spaccati, abbiamo ottenuto un cambio di regime, va bene così, spettiamo una loro proposta”.
Naturalmente accompagnata dalla minaccia: Trump ha ordinato ai militari statunitensi di mantenere il blocco navale dei porti iraniani e di “rimanere pronti e capaci” di riprendere la guerra se necessario.
Il che contraddice, manco a dirlo, l’attesa di una proposta, visto che proprio il blocco della flotta Usa era diventato il motivo del rifiuto di Tehran di sedersi al tavolo in Pakistan e quindi di trattare con la pistola puntata alla tempia.
La “proposta”, del resto era stata presentata già prima del cessate il fuoco. Era in 10 punti e lo stesso Trump l’aveva definita “workable” – “lavorabile” diplomaticamente – tanto da dichiarare proprio la tregua e l’inizio delle trattative indirette.
Se c’è una “spaccatura”, insomma, questa pare da individuare soprattutto all’interno di Washington o forse soprattutto tra Stati Uniti e Israele (lo shock” di Netanyahu nel sentirsi “proibire” la prosecuzione del massacro in Libano).
L’Iran, più seriamente, prende atto della “svolta” ricordando che l’assenza dei negoziatori iraniani in Pakistan è stata dovuta al fatto che, “dopo l’intervento del Pakistan nella mediazione e la richiesta di cessate il fuoco avanzata dagli Stati Uniti, l’Iran ha accettato tale cessate il fuoco e i successivi negoziati volti a porre fine alla guerra sulla base del piano in dieci punti da esso presentato e accettato dagli Stati Uniti”.
La loro sintetica ricostruzione dei vari passaggi corrisponde peraltro ai fatti: “il Pakistan aveva annunciato esplicitamente l’accettazione di questo quadro da parte degli americani. Ma subito dopo, nei giorni successivi, la parte americana ha iniziato a violare gli impegni presi.”
In particolare, “si è inizialmente rifiutata di imporre agli israeliani un cessate il fuoco in Libano, e questa mossa ha creato seri ostacoli nei negoziati per diversi giorni”.
Inoltre, “già nel primo round di negoziati a Islamabad, gli americani hanno avanzato numerose richieste eccessive che di fatto violavano i principi iniziali del dialogo, e questo ha portato a una situazione di stallo totale nel primo ciclo di negoziati”.
Poi il contro-blocco dello Stretto di Hormuz proprio quando Tehran decideva di sospendere il proprio, l’attacco ad una nave civile portacontainer con merci cinesi e la cattura dell’equipaggio, ecc.
La proposta è insomma sempre la stessa, è sul tavolo Usa da quindici giorni. Quando decideranno di voler cominciare a discuterne seriamente, si potrà procedere. Senza sbrasate da cowboy, anche se proprio quelle sembrano l’ultima trincea di un’amministrazione perennemente il bilico tra la tragedia e la farsa.
Ma va naturalmente bene la seconda.
Certo, il resto del mondo farà finta di crederci, le borse prenderanno un gigantesco respiro di sollievo. Ma l’egemonia Usa si dimostra decisamente slabbrata, ormai. E tutti cominceranno a farci diversamente i conti.

