Picconare il nostro futuro collettivo: questo sembra l’obiettivo trasversale di gran parte delle scelte del governo Meloni in materia economica.
Gli anni di questo esecutivo hanno rappresentato un trionfo del particolare e dell’immediato a danno dell’universalismo e del medio-lungo termine. Destinando risorse agli interessi e ai gruppi sociali su cui si base il suo consenso, per migliorarne la condizione oggi; togliendole ad interventi che possono rendere l’Italia un paese più forte economicamente e migliore socialmente domani, e che vanno a vantaggio di tutti. La sua lunga durata ha reso queste azioni particolarmente incisive.
Non basterebbe tutta questa pagina del giornale a farne un elenco. Prendiamo spunti dall’attualità. Nella legge di Bilancio le scelte vanno a favore dell’ingiustificato privilegio di alcuni: le flat tax, incrementate; le cedolari, ridotte negli importi ed estese negli ambiti; i sostegni a sanità e scuola privata. Colpite solo banche e assicurazioni perché servivano risorse. E decisioni contro sanità e scuola pubblica, contro gli assegni pensionistici; nulla sul recupero per tutti del fiscal drag. Attenzione: le elargizioni sono rese possibili dall’attivazione delle due clausole di salvaguardia: sono risorse che, per le regole europee, comporteranno automaticamente una forte stretta di bilancio nel 2029-30.
Particolarmente pernicioso è il sistematico smantellamento, una legge di Bilancio dopo l’altra, dell’equità fiscale, la balcanizzazione dell’Irpef. Senza un sistema serio e ragionevolmente equo, non c’è futuro per il finanziamento dei grandi servizi pubblici basati sulla fiscalità generale. E altrettanto perniciosi sono gli ulteriori colpi alla sanità pubblica, fra i quali l’autonomia differenziata che si vuole concedere a quattro regioni del Nord è uno dei più subdoli.
È alle porte una stretta agli investimenti pubblici, soprattutto dei Comuni, in una assenza di linee di programmazione nazionale delle grandi infrastrutture; non vi è traccia di risorse per il personale di case e ospedali di comunità; è stato soppresso il fondo per il trasporto pubblico locale e il finanziamento futuro è divenuto assai incerto. Che cosa lega queste scelte? Rendere gli effetti del Pnrr più deboli: non si completano gli investimenti, non circolano i nuovi bus, non si attiva la sanità territoriale. Gli impatti del piano sulla produttività e sulla crescita economica, così come sulla vita dei cittadini, si spengono. Degna prosecuzione dell’azione di ridimensionamento degli investimenti pubblici del Pnrr fatta da Fitto e da Foti (i posti nei nidi scesi da 240.000 a 150.000) a vantaggio dei contributi a fondo perduto per le imprese.
Si pensi alle mosse verso l’obiettivo Nato di spendere il 5% del Pil per la difesa. Qui i vantaggi vanno principalmente agli esportatori statunitensi, oltre che a un gruppo di fornitori nazionali. Ma come evidente da tutte le analisi, esse comportano sia una spinta molto modesta all’economia, sia l’indispensabile contrazione di altre spese pubbliche, di natura sociale. Si pensi al rifinanziamento della Zes (tanto magnificata da diversi organi di stampa meridionali, di stretta osservanza governativa), che serve a riversare ingenti risorse pubbliche su qualsiasi investimento delle imprese, in qualsiasi area e in qualsiasi settore e soprattutto a scavalcare con l’autorizzazione romana, pianificazioni ambientali e urbanistiche regionali e locali. Spacciata come “semplificazione” la mano libera lasciata a una parte del nostro sistema imprenditoriale a cui non piacciono le regole. Si pensi infine a Taranto, apoteosi del disinteresse meloniano per il futuro. Del disinteresse per interventi per decarbonizzare, rendendo compatibili produzione, salute e ambiente. Certo, gravissimi sono stati gli errori dei governi Renzi e Gentiloni, a partire dall’aggiudicazione a Mittal invece che a Cdp. E tuttavia la pervicacia con cui per quattro anni l’attuale esecutivo si è disinteressato dei possibili futuri per la città e per il lavoro è davvero degna di nota; delle sorti di 15.000 famiglie, di una colossale bomba ecologica che è lì (ben più grande di Bagnoli), della stessa produzione nazionale.
Non è esagerato dire che altri cinque anni di queste politiche potrebbero essere esiziali per l’Italia. Tuttavia, non sarà facile impedirlo. Ammesso che Meloni perda le elezioni (tutto da vedere), servirà un governo molto determinato. Non sarà per niente facile politicamente ridurre le aree di privilegio e di rendita, ricostruire il sistema fiscale, salvare la sanità. Servirà uno sguardo molto lungo, un’idea di società che si vuole realizzare. Confortano solo i segni di risveglio del mondo giovanile, certamente il più penalizzato dalla “picconatrice”: la sua voglia di lottare per il futuro. Vedremo.


