Parlamento in pericolo per la legge elettorale

di Massimo Villone - Ilfattoquotidiano.it - 07/04/2026
È opinabile che le primarie siano utili, e certo non come primo passo. Inoltre, si può investire sulle novità segnalate dal referendum, come il voto al Sud e la partecipazione dei giovani.

È iniziato il 31 marzo in Commissione Affari costituzionali della Camera l’iter dell’AC (atto della Camera) 2822, cioè della riforma della legge elettorale proposta dalla maggioranza. Dopo la pesante sconfitta sulla giustizia la destra rilancia, per un’approvazione – a quanto si legge – entro fine anno, con o senza le opposizioni (copyright Meloni). L’AC 2822 è la scorciatoia verso un premierato di fatto, che darebbe alla maggioranza l’opzione di non rischiare un secondo referendum costituzionale.

Nelle schermaglie di avvio la destra (cfr. ad es. Donzelli, FdI, e Kelany, FdI) mostra elementi di inattesa moderazione: la nuova legge non è una priorità, si apre al confronto. Ma è una rappresentazione che copre il disegno di fondo. L’AC 2822 rimodula il Rosatellum sulle convenienze della destra, puntando a un esito nelle urne simile al 2022.

È qui impossibile un esame compiuto, e si colgono solo – nello scenario più probabile – i due snodi essenziali: premio di maggioranza e liste bloccate. Il premio sostituisce la quota di collegi maggioritari, visti dalla maggioranza come un rischio, soprattutto al Sud. Ai seggi ottenuti nel proporzionale si aggiungono 70 deputati e 35 senatori, con soglia al 40% dei votanti e un tetto rispettivamente a 230 e 114. Ecco l’allineamento al voto 2022, quando la destra (dati Openpolis di inizio legislatura) con il 44% dei voti ottenne 235 e 112 seggi (circa 59-57%). Si aggiungono poi le liste bloccate. In sintesi, si configura un Parlamento subalterno verso l’esecutivo, con maggioranze che mettono nelle mani di chi comanda gli organi di garanzia. Al più, basterebbe una minima campagna acquisti tra parlamentari responsabili e/o volenterosi. Per la destra il premio è di “governabilità” o “stabilità”, piuttosto che di “maggioranza”. Parole. Nel 2022 un sistema integralmente proporzionale avrebbe dato ai vincenti circa 175 deputati. Con la correzione maggioritaria ottennero altri 60 seggi, e altrettanti ne furono tolti ai perdenti, con una distorsione della rappresentatività di circa 120 seggi, pari al 30% dell’assemblea. Analogo effetto al Senato. Una enormità, dovuta nella specie ai collegi uninominali e alla scelta delle opposizioni di andare al voto in ordine sparso. Peggio sarebbe domani se un esito analogo venisse non dalla competizione nei collegi, ma dalla sola operazione aritmetica di regalare 70 seggi a chi vince, scippandone altrettanti a chi perde. È la prospettiva dell’AC 2822.

La crisi delle democrazie cosiddette liberali dimostra che la manipolazione mirata del sistema elettorale e il controllo degli organi di garanzia sono tipici passi verso l’autocrazia. In tale percorso si iscrive l’AC 2822. Ci potranno essere appelli al Capo dello Stato in sede di promulgazione, e alla Consulta per il giudizio di costituzionalità, ma è improbabile che ne vengano effetti decisivi. Un rifiuto di promulgazione con rinvio alle Camere può essere superato (art. 74 Cost.). Quanto alla Corte costituzionale, ritengo da sempre che le maglie della giurisprudenza (sent. 1/2014 e 35/2017) siano (troppo) larghe. Nella specie, non si evidenziano argini insuperabili sugli snodi essenziali. Che lo pensino anche i sostenitori della proposta è suggerito dai puntigliosi richiami alle pronunce della Corte. Potrebbero mostrarsi più percorribili interventi limitati, ad esempio parzialmente correttivi delle liste bloccate, o su profili minori, come le pluricandidature o l’indicazione nella documentazione elettorale del premier proposto per l’incarico, volta anzitutto a creare problemi tra le opposizioni. Punti significativi, che però non intaccano l’architettura generale.

L’AC 2822 si mostra essenziale per la scommessa della destra, intanto, di galleggiare in un contesto difficile, con l’obiettivo finale di mantenere Palazzo Chigi. Si potrà comunque testare la disponibilità apparente della maggioranza. Ad esempio, una soglia al 45% e un tetto a 210 deputati assegnerebbero circa 185 seggi con il proporzionale, dimezzando megapremio e distorsione della rappresentatività. Ma, rebus sic stantibus e salvo sommovimenti estremi, andremo al prossimo voto politico con un sistema elettorale prevalentemente ritagliato sulle convenienze della destra.

Ne verrà uno scontro decisivo per la nostra democrazia. Per questo vanno costruiti da subito un progetto politico degno del nome e una coalizione che non sia un raduno di combattenti e reduci. È opinabile che le primarie siano a tal fine utili, e certo non come primo passo. Inoltre, si può investire sulle novità segnalate dal referendum, come il voto al Sud e la partecipazione dei giovani. Sono venute essenzialmente da un movimento spontaneo e sensibile a temi avvertiti come fondamentali, dalla pace all’autonomia differenziata. Non vediamo ancora segnali conclusivi, ma vogliamo essere fiduciosi.

Questo articolo parla di:

archiviato sotto: