La riflessione di Lea Melandri intorno a cosa sia emerso nella società con la vittoria del No al referendum sulla giustizia e con la grande manifestazione No Kings è totalmente condivisibile, soprattutto quando indica come in entrambe le occasioni si siano espresse da una parte una nuova generazione di giovani che già aveva attraversato con mobilitazioni oceaniche e blocchi delle città un autunno all’insegna del No al genocidio, alle guerre, al riarmo e all’autoritarismo; dall’altra una connessione intergenerazionale con realtà e movimenti che hanno camminato nelle medesime piazze portando rivendicazioni anticapitaliste e antipatriarcali.
Si tratta di un blocco sociale che dall’autunno ad oggi ha reso evidente un paradosso che caratterizza da molti anni la nostra società, ovvero il fatto che, quantitativamente parlando, il numero di persone che dentro lotte, vertenze, pratiche ed esperienze è in campo per suggerire un’alternativa di società non è mai stato così ampio, ma contemporaneamente non ha mai contato così poco.
In parte, ciò è stato dovuto ad un’insufficienza interna alle realtà di cui stiamo parlando, ciascuna delle quali, pur sapiente e radicale nel proprio “specifico”, quasi mai ha ricondotto quello che faceva dentro un orizzonte di cambiamento generale, dai più considerato illusorio. Da questo punto di vista, l’autunno delle mobilitazioni a supporto di Gaza e della Global Sumud Flotilla e questa primavera NO Kings che ha visto in campo nuove e ampie convergenze dal basso costituiscono un decisivo passo in avanti.
In parte preponderante, ciò e dovuto ad una crisi profondissima della democrazia rappresentativa, sia nella sua sostanza di fondo – decidono più tre grandi fondi finanziari che decine di parlamenti – sia nella funzione di sintesi dei bisogni della società. È una crisi che interroga senza indulgenza il ruolo dei partiti – non a caso i più spiazzati dall’emersione dei movimenti sociali – e la loro utilità sociale.
Perché oggi la separatezza tra il mondo istituzionale e quello che si muove dentro la società è tale per cui chi sta nelle istituzioni dà per scontato che una parte maggioritaria della popolazione non partecipi al voto e non ha dunque nessuna esigenza di ascoltarla, preferendo competere sull’esclusivo consenso della minoranza votante. Lo testimonia il fatto che, nonostante la drammaticità della crisi del capitalismo non permetta più mediazioni – è infatti totalmente sparito nei decenni lo spazio della socialdemocrazia – dentro il quadro istituzionale si continui a cianciare della necessità strategica di un centro moderato e si continuino a tenere in vita figure politiche, la cui vera cifra sta nelle imitazioni che consentono al comico di turno.
È quasi fisiologico che un mondo istituzionale siffatto tenda a pensare che, siccome il No al referendum e la manifestazione No Kings hanno inferto un colpo politico decisivo alle strategie del governo di destra, chi ha votato al referendum e chi ha inondato le piazze sia immediatamente acquisito alle strategie del centro-sinistra e non aspetti altro che le primarie per capire a chi fare riferimento. Come dire a costoro che le moltitudini di questi mesi vogliono camminare sulla testa dei re e delle regine, non per sostituirli con altri re e altrettante regine, ma per riappropriarsi di una democrazia partecipativa e dal basso, capace di fare strame di ogni relazione dominio-sudditanza, sia essa espressa nelle scelte geopolitiche e in quelle economico-finanziarie, sia essa agita nelle relazioni di genere e nel rapporto con la natura?
Forse andrebbe aperto un ciclo di assemblee popolari, in tutti i territori e in tutte le città del Paese, per mettere a confronto tutte le esperienze in campo e, avendo chiara l’urgenza di interrompere la deriva della guerra e la militarizzazione della società e delle relazioni, iniziare a immaginare e praticare un’alternativa di società che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.
Sapendo che se una trasformazione è in campo, a nessuno sarà concessa l’autoriproduzione di sé e dei propri desueti rituali.

