LOSER

di Barbara Fois - Liberacittadinanza.it - 08/11/2026
l’ultimo fallimento di Donald Trump e una nuova speranza per il mondo

“Anche il Texas è blu!!!” la voce gioiosa di mia figlia mi sveglia nel cuore della notte…o è già mattina? Mah… son caduta nel sonno come un albero abbattuto, mentre seguivo Mentana nella sua ennesima maratona. Ma a quella esclamazione sono subito sveglia e piena di adrenalina. Il Texas è blu, hanno vinto i democratici: incredibile! In una associazione perversa di pensieri e ricordi, mi torna in mente Emilio Fede quando fu costretto a cambiare in rosso le bandierine azzurre del Cavaliere. Mi riferisco alla disastrosa maratona televisiva del 23 aprile 1995, durante lo spoglio delle elezioni regionali e amministrative, in cui il direttore del neonato TG4 piazzò in diretta decine di bandierine azzurre (simbolo di Forza Italia e del centrodestra) su una cartina geografica d'Italia, convinto di una vittoria schiacciante, che la realtà dei voti smentì poco dopo, costringendolo a toglierle in un clima di imbarazzo surreale. Alla fine, la sinistra conquistò 34 comuni su 39 e 61 province su 76, segnando una vittoria netta e travolgente. L’immagine di Fede costretto a smontare una dopo l’altra le sue bandierine resta impressa nella memoria come una delle più clamorose "disfatte" televisive della Seconda Repubblica. Una figuraccia epica.

Negli USA i colori sono invertiti: il rosso è il colore dei repubblicani e il blu dei democratici. Ed ecco perché la notizia di un Texas diventato tutto blu nelle cartine in TV era così elettrizzante, entusiasmante, incredibile. E confortante. Un calcio nelle gengive allo sbruffone planetario era quello che ci voleva per tirarci su di morale. Non ci piacciono i prepotenti.

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Ma le notizie sorprendenti dello spoglio delle schede elettorali non erano ancora finite: come un fiume in piena le sorprese si accavallavano, si succedevano, sempre più eclatanti, più emozionanti: come la performance di Keisha Lance Bottoms, la prima donna governatrice nera, eletta per di più in Georgia (!!). E ancora: Chris Pappas viene eletto nel New Hampshire ed è dichiaratamente gay e sul palco porta il suo “meraviglioso” marito, come lo definisce teneramente lui. E poi fra gli eletti c’è anche il medico Abdulrahman Mohamed El-Sayed, il primo senatore musulmano della storia Usa: è il candidato democratico che ha vinto la corsa al Senato in Michigan. "Il mio nome e la mia fede non sono il motivo per cui non potete permettervi la benzina, fare la spesa o andare dal medico", ha detto ringraziando e rassicurando gli elettori del suo Stato. E c’è anche, fra le sorprese, James Talarico, di origine italiana, la sua vittoria senatoriale ha permesso al Partito Democratico di riconquistare un seggio al Senato USA, in rappresentanza dello stato del Texas, per la prima volta dopo il 1988. Ma la cosa che lascia sorpresi davvero sono le due cariche vinte da due candidate native americane: Peggy Flanagan è la prima senatrice nativa americana, così come Deb Haaland è la prima governatrice nativa americana nel New Mexico. Queste due donne mi hanno riportato alla memoria un incontro speciale di molti anni fa.

Nel fine aprile del 1998 organizzai per il mio Istituto di Storia Medievale - della Facoltà di Lettere dell’Università di Cagliari - un convegno a ridosso dei 500 anni della scoperta dell’America, dal titolo "Europa e America prima e dopo Colombo”. Fu ospite, fra gli altri partecipanti, la storica Delores Huff di etnia Cherokee, professoressa emerita alla California State University, referente del Presidente degli Stati Uniti, che allora era Bill Clinton, sulla storia e sulle riforme dell'educazione dei nativi americani. Un incontro indimenticabile, folgorante: La Huff spazzò via qualsiasi vecchia idea un po’ patetica e vittimistica che potevamo avere sui poveri nativi, derubati e rinchiusi. Ci spiegò con un orgoglio pieno di dignità che se avessero voluto potevano uscire dalle riserve e vivere ovunque volessero, senza alcun problema, visto che la cittadinanza federale era stata riconosciuta a tutti i nativi americani già dal 1924, e tanti infatti se ne erano andati, ma che molti altri invece restavano e non solo per attaccamento alla propria terra e alla propria identità di popolo: erano liberi, non avevano bisogno di scappare o di nascondersi. Volevano invece arricchire il proprio territorio, guardavano al futuro e cercavano di costruire un ruolo importante negli USA, per la propria etnia. E non avrebbero potuto farlo se se ne fossero andati per conto proprio, mischiandosi agli altri. Quella di restare era dunque una scelta, non un obbligo. Mi pare, a guardare ai risultati di queste elezioni, che Delores Huff avesse ragione, la sua non era l'utopia di una studiosa isolata, ma la strategia a lungo termine di un intero popolo, che voleva riaffermare il proprio diritto di contare nella Storia. Sentire che la realtà ha dato ragione al suo orgoglio e alla sua fiducia nel futuro, rende il suo ricordo per me ancora più prezioso.

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El-Sayed; Flanagan; Talarico

Ma queste elezioni sono ancora di più: raccontano soprattutto di un Paese che cambia, alla faccia dei vecchi barbogi, razzisti, misogini e retrogradi, e diventa sempre più plurale e multietnico. Inoltre gli elettori, anche in Stati considerati sicuri per i Repubblicani, hanno scelto candidati che rappresentano una società diversa da quella che per decenni ha trovato spazio nei palazzi del potere. Raccontano soprattutto un Paese che cambia più in fretta delle sue istituzioni, molto più avanti di quel tacchino impagliato del suo presidente.

Il quale è rimasto zitto per 24 ore, dopo aver saputo della disfatta. Probabilmente si stava riprendendo dalla sprangata sui denti ricevuta dagli elettori. Ma è comunque pericoloso: c’è da chiedersi sempre cosa dobbiamo aspettarci dal suo rancore, dalla sua vanità ferita, dal suo egotismo e dai suoi interessi economici…E infatti ha già ripreso a farneticare di brogli, a minacciare rappresaglie, a pretendere atti di vassallaggio, a imporre le proprie scelte scellerate. Tanto non è lui o i suoi che muoiono nelle sue guerre demenziali. Altro che Nobel per la pace.

Ma questa sconfitta gigantesca cosa significa per l’Europa?

Non è facile dire quale potrà essere l’onda di ritorno di questo tzunami elettorale qui da noi, in Europa. So però che era davvero da molto tempo che non vedevo tanta gente felice ballare e cantare nelle strade: sono più tempi in cui la gente scende in piazza perché è rabbiosa e disperata. Ma questa iniezione di entusiasmo, per chi guarda all’America dall’Europa, è un segnale da non sottovalutare. Ci dice che la rappresentanza non è una questione soltanto simbolica: chi siede nelle istituzioni può contribuire a decidere quali priorità contano. Un Senato americano che è più simile al Paese reale può portare sensibilità diverse nelle grandi scelte economiche, dalle tecnologie all’energia, dalla sanità al commercio. E per un’Europa un po’ invecchiata, fossilizzata, gregaria, corrotta e senza fantasia, un Congresso americano più articolato e pluralista può diventare non solo un canale di dialogo in più, ma un esempio da seguire.

Dai tempi della guerra nel Vietnam non ho più avuto nessuna stima degli americani, ma queste elezioni mi hanno fatto ricredere. Spero di non sbagliarmi.

 

Barbara Fois

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4 novembre 2026

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Ida Dominijanni
4 novembre 2026
4 novembre 2026
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