Campania, elezioni: dai partiti ai “feudi”

di Ermanno Corsi - .ilroma.net - 15/09/2021
E' questa la democrazia dei nuovi strumenti della comunicazione di massa che si auspicava? Davvero al degrado non si può porre un limite?

Non sembri un amarcod -una felliniana, nostalgica rievocazione del passato- ma come resistere di fronte al disfrenamento guazzabugliesco, di scadentissima qualità, da parte di siti social e web (eccezioni sempre più rare), in occasione del rinnovo comunale e della confusionaria campagna per la furiosa “caccia ai voti” che l’accompagna? Non viene un’idea o un’indicazione programmatica, ma solo un turpiloquio e patetico qualunquismo all’insegna del più rozzo rifiuto dell’intelligenza e del buon senso. Questa la democrazia dei nuovi strumenti della comunicazione di massa che si auspicava? Davvero al degrado non si può porre un limite?

  PIAZZA PLEBISCITO ADDIO. La grande “agorà” partenopea (già largo di palazzo e foro regio), era la prova del fuoco per i grandi partiti (Democrazia cristiana e Pci) fin dai primi mesi del dopoguerra segnati dalla necessità del confronto e della sfida in campo aperto. Una moltitudine di ascoltatori che si estendeva dalle colonne della Basilica fino alla chiesa di San Ferdinando, dava immediatamente la prova della popolarità (certamente più credibile degli odierni sondaggi). Per il Partito comunista la piazza doveva dimostrare la sua capacità organizzativa. Non solo per uno scrupolo di ordine pubblico, venne richiesto all’ing. Gerardo Chiaromonte, poi senatore, di misurare quante persone potevano essere contenute nei 25 mila metri quadri disponibili. Risposta: fino a centomila. Solo i comunisti con Palmiro Togliatti e i democristiani con Alcide De Gasperi potevano, e quasi sempre con successo, osare tanto. Una temerarietà che, negli anni successivi, coinvolse anche Achille Lauro e Maurizio Valenzi sebbene con risultati più contenuti. Il ciclo dei “grandi comizi” cessò col tentativo temerario di Marco Pannella che dovette accontentarsi di un centinaio di militanti.

  DALLA DISAFFEZIONE ALLA SOLITUDINE. Pian piano la politica si è svuotata di contenuti e i cittadini le hanno voltato le spalle. I partiti storici sono diventati “cellule vaganti”, le sezioni trasformate, dove ancora esistenti, in piccoli centri ricreativi per chi non ha di meglio da scegliere. I candidati si affaccendano in solitudine. Molti di loro sopravvivono praticando con sfrontatezza il “voto di scambio” e così scendono in campo le liste-famiglie. Viste nel loro insieme quantitativo, danno l’idea di una ragnatela (purtroppo infetta). Ma ogni trovata è buona per conquistare uno scanno consiliare. L’involuzione del sistema politico ha reso più accelerata la transizione dai partiti ai “feudi” dove, anche nelle cinque città della Campania, ogni feudatario ha intorno a sé una scala discendente di valvassori e valvassini. Facendo scempio di valori etico-morali, la cinica regola che conta è quella del “quinto”: chi ha un voto in più ha vinto.

  Errori di Manfredi e Maresca. Che almeno a loro resti un po’ di stile visto che hanno accettato un gioco che si sapeva non dilettevole. Il già rettore viene invitato dal quotidiano Il Mattino, nella propria sede, a un confronto con gli altri candidati a Sindaco. La risposta fa pensare a uno stizzito rifiuto: ”Non vengo perché non c’è serenità”. Uno “sgarbo” non comprensibile perché, rileva un commentatore giustificando d’ufficio, chi si sente più forte (e già in pectore vincente) non si abbassa a discutere con chi lo è di meno. E dove sta scritto? Una defezione e basta. A sua volta il magistrato (in aspettativa), reagisce non da uomo di legge quando apprende che alcune sue liste sono state bocciate. ”Si tratta di formalità medievali”, sbotta visibilmente irritato. Perchè non se la pende, invece, con quei personaggi che aspirano, facendogli corona, a rappresentare la Città e non conoscono nemmeno le regole per presentare la candidatura? E noi a queste mani dovremmo affidare il nostro destino?

  UN PENSIERO A DANTE. L’autore della Divina commedia (a Napoli ha da 150 anni una statua imponente nella piazza che porta il suo nome, opera di Tito Angelini e Tomaso Solari), muore a Ravenna settecento anni fa (1321) nella notte tra il 13 e 14 settembre. Cosa direbbe oggi ai tanti candidati per Palazzo San Giacomo? Probabilmente userebbe due versi tra i suoi più famosi: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Amatissimo Dante, se non dovessero ascoltarti non è colpa nostra!

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