Anche le menzogne, per riuscire a farsi spazio e a spacciarsi per verità, hanno bisogno di un minimo di solidità. Di una base che sia capace di renderle meno evidenti, di farle resistere un po’ più a lungo. Se manca questo, se le bugie sono fragili e reiterate nel tempo, allora anche la propaganda perde forza e assume i toni della farsa. Il che non la rende meno pericolosa, anzi, ma di sicuro la rende più riconoscibile. Tocca, però, a chi si oppone a quelle menzogne, il compito di smentirle, di indicare che il re è nudo, evitando nel frattempo di sottovalutare, di banalizzare, di credere che la verità sia un semplice colpo di spugna in grado di rimuovere in un istante le incrostazioni della propaganda, le convinzioni radicate, quelle stimolate e costruite dai fabbricatori di false notizie, stereotipi e pregiudizi. È la sfida del nostro tempo e ci coinvolge tutti: cittadini, società civile, ma soprattutto informazione e politica. Ciascuno con la propria responsabilità.
Ed è l’ostacolo più grosso, perché nell’epoca della deresponsabilizzazione, della ricerca del “problema” altro, del nemico esterno, della colpa altrui, quello della presa di coscienza è un lavoro difficile, sia sul piano individuale che sul conseguente piano collettivo. Un lavoro che richiede anche la definizione di ciò che è prioritario per una comunità di cittadini, vale a dire l’elemento etico, quello che consente di mettere al centro la tutela della verità e il primato della questione morale, che deve guidare la politica ed essere indipendente da eventuali percorsi giudiziari. I comportamenti, le parole, le visioni, i fatti, le ricostruzioni storiche: ogni cosa deve essere sottoposta a un’analisi feroce. Senza sconti. Perché è da questa analisi che dipende la capacità di un Paese di leggere il presente e immaginare il futuro, di scegliere consapevolmente la direzione, evitando di finire in dimensioni alternative che possano ricongiungersi al filo temporale di un passato tragico.
Il mondo, oggi, nella visione più pessimistica, sembra essere sull’orlo di un precipizio, ma in realtà si trova davanti a un bivio epocale. O meglio, sembra aver messo i piedi un po’ più avanti, nella direzione sbagliata, la peggiore possibile. E se ancora la marcia non è divenuta inarrestabile è solo perché esiste un’umanità consapevole, in apparente minoranza, che non si arrende a un destino verso cui un gruppo di orridi leader di governi scellerati e compromessi prova a condurci, lasciandoci a bordo di un mezzo in discesa e con la marcia in folle. È il mondo della guerra per le risorse, del mercato che prevale sullo Stato, del profitto privato che demolisce il welfare, degli interessi delle grandi multinazionali del fossile che inquinano e producono instabilità e conflitti, delle pericolose e mastodontiche aziende Big Tech che provano a polarizzare e a drogare il pensiero umano e a uccidere la creatività e la coscienza degli individui.
È il mondo degli autoritarismi e della censura, delle mafie di Stato e dei genocidi impuniti, della repressione feroce e della criminalizzazione della solidarietà. È il mondo del negazionismo e delle fake news, del vassallaggio dell’informazione e della libertà di stampa sotto attacco. In questo mondo, c’è anche l’Italia, guidata da un governo nato dalla propaganda e dall’alleanza tra le cosiddette forze sovraniste (FdI e Lega), che hanno costruito il proprio programma a forza di slogan, razzismo e collaudati sistemi di fabbricazione di odio e menzogne (ricordate “La Bestia” di Morisi?), e la destra liberista e apparentemente moderata di Forza Italia. Un governo che ha avvelenato il dibattito, trattando lo Stato come un club privato, dentro cui consumare ripicche infantili allo scopo di sanare un antico complesso di inferiorità culturale e politica. Un governo guidato da chi, per eredità, è allergico alla democrazia ed è incapace di rispettarne codici, comportamenti, etichette istituzionali, prassi parlamentari. Oltre a non riuscire in alcun modo, malgrado abbia giurato sulla Costituzione, a definirsi antifascista.
Il governo Meloni ha vissuto e vive di piccole battaglie ideologiche, di proclami e propaganda, a cui fanno da contraltare la totale inadeguatezza di premier e ministri, che hanno condannato l’Italia alla assoluta insignificanza internazionale e svuotato la politica interna di tutte le priorità che, ad esempio, la pandemia aveva tragicamente sottolineato. Un governo che ha concentrato ogni suo sforzo su una ignobile guerra ai migranti, lasciando impuniti i trafficanti di uomini, negando diritti e soccorso alle vittime di tratta, spendendo centinaia di milioni di euro per dei centri di detenzione disumani e inutili. Così come ha speso miliardi, sottratti alle necessità del sud, per il progetto di un’opera irrealizzabile, sporca, folle e comunque non prioritaria, quale il ponte sullo Stretto.
Un governo che ha agito come se non si trovasse dentro un Paese dilaniato da grandi squilibri sociali, da una sanità pubblica che viene costantemente smantellata a vantaggio dei privati (con conseguenze drammatiche sui cittadini, soprattutto sulle fasce sociali più deboli), da una situazione occupazionale preoccupante, da una atavica emergenza (un controsenso politico e linguistico) abitativa, da una crisi economica che, attraverso l’aumento spropositato del costo della vita, ha messo in ginocchio famiglie, servizi sociali e piccole imprese. Un governo, che di fronte a tutto questo, ha concentrato tutto il suo sforzo (peraltro senza esito, per fortuna, almeno in parte) sul premierato e sulla legge elettorale, sui famigerati blocchi navali, sull’attacco a giustizia e Costituzione, sull’occupazione di enti culturali e RAI, sulla repressione delle manifestazioni e sullo sgombero dei centri sociali. In poche parole, la destra al potere non ha prodotto nulla di utile e prioritario (perfino il taglio delle accise, fulcro di una celebre promessa elettorale, è diventato una sorta di farsa, peraltro tardiva, momentanea e praticamente ininfluente).
In questo scenario di assoluto nulla, risuonano le trionfali panzane di Giorgia Meloni e della sua accolita, che raccontano di un Paese che cresce e migliora in ogni ambito, o quelle dei giornali di parte (ossimoro insopportabile) che per mesi hanno ripetuto quanto i leader mondiali tenessero in considerazione la nostra presidente del Consiglio, salvo poi sbattere sulla realtà di una totale inconsistenza e di una penosa ininfluenza sua e del suo governo, abile solo ad annuire e a prostrarsi ai piedi del padrone americano e dei suoi feroci alleati israeliani. In questo stesso quadro, nel quale le menzogne sono talmente evidenti che è diventato praticamente impossibile tentare di nasconderle, l’opposizione fa però fatica a disincrostare quelle che sono divenute convinzioni diffuse. Probabilmente è un fatto di credibilità o di assenza di coraggio, perché su certi temi bisognava colpire più forte o quanto meno insistere, evitando invece di seguire l’agenda delle non priorità dettata dal governo.
La (poca) stampa libera ci prova, ma non riesce a trovare le sponde in una parte di opinione pubblica allergica al ragionamento e alla presa di coscienza. Il problema deve essere antropologico, se è vero che il consenso, seguendo i sondaggi, inizia sì a erodere il centrodestra ma a vantaggio di un personaggio ancor più grottesco, incapace di esprimere un’opinione compiuta. Un ex generale, un sottoprodotto scadente che qualcuno ha deciso di fabbricare e inserire nell’agone politico per raccogliere tutto quel mondo oscuro, eversivo e reazionario, che da sempre, nel nostro Paese, si muove negli scantinati più bui per provare a sovvertire la democrazia. Un fenomeno da baraccone, se parliamo della persona, un diabolico burattino nelle mani di pericolosi burattinai, se parliamo dell’operazione politica che ha partorito chi, nel 2026, vomita concetti da Ku Klux Klan in diretta tv.
Ecco, l’altro problema: lo spazio mediatico che qualcuno (editori? Conduttori? Autori?) decide senza alcuna ragione di concedere a un personaggio infimo che non ha nulla da dire, ma ha un disperato bisogno di continuare a mostrarsi per aumentare il suo prezzo. Un prezzo che non pagherà Giorgia Meloni, come qualcuno a sinistra pensa (e forse spera), ma che potremmo pagare tutti noi. Intanto, il nostro Paese continua a raschiare un fondo che sembra non avere una fine. Sarà la verità a salvarci? Forse sì, ma solo se sapremo rimetterla al centro della nostra azione politica e civile. Insieme all’etica e alla cultura.
Massimiliano Perna -ilmegafono.org

