Sulle preferenze farlocche è mancata una quarantina di voti. Non è stato un banale incidente di percorso, posto che l’emendamento bocciato avrebbe dovuto esprimere l’accordo raggiunto nella maggioranza, che ha comunque fatto finta di nulla. Le opposizioni hanno ritirato gli emendamenti, vista la sordità della maggioranza su punti politicamente significativi, come appunto le preferenze, il premio di maggioranza, incluso l’emendamento che alzava la soglia secondo il modello legge truffa (50,1%), la parità di genere, la firma digitale per le liste. Una parziale eccezione solo per i fuori sede. Meloni con un post aveva sfidato le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ma certo sapeva che, per regolamento e soprattutto nel caso di uno scontro frontale, le opposizioni hanno una sola possibilità: trarre vantaggio dai dissensi nella maggioranza, in specie attraverso il voto segreto se consentito. Quindi sapeva che la richiesta non sarebbe stata accolta. E allora perché?
Per una diffida ai soci di coalizione, o un pezzo di teatro. Ma le divergenze nella destra sono reali e vanno oltre la rappresentazione scenica. Si vuole passare al proporzionale con premio di maggioranza del Melonellum per la probabile sconfitta al centro e al Sud nei collegi uninominali maggioritari del Rosatellum. Ma il cambio avvantaggia FdI a danno dei partner minori. Il riequilibrio richiede un numero adeguato di posti, sicuri grazie al voto bloccato, da distribuire agli alleati. Limitare il blocco al capolista non ripristina davvero le preferenze, ma nemmeno risponde alle esigenze dei partner minori, che porterebbero in parlamento qualche esponente della dirigenza nazionale e poco altro. E chi si mette in campagna elettorale senza una anche minima prospettiva di conquistare il seggio?
Diverso il caso di Futuro Nazionale. Votando l’emendamento bocciato ha mandato un messaggio a Meloni. E non è irrilevante che nella mattina di ieri un emendamento di FN, ancora sulle preferenze, è stato respinto, ma con 139 voti a favore: una convergenza di FdI e FN, con Lega e FI fuori dal coro. Uno scambio di messaggi criptati? Certo è che la joint venture per Meloni è una necessità, per Vannacci – se mantiene e consolida i consensi – è un optional.
Intanto, Meloni non sale al Colle. Del resto, se lo facesse, probabilmente Mattarella la rimanderebbe in Parlamento per un nuovo voto di fiducia. Le opposizioni chiamano in causa la Consulta. Ma non basta argomentare vizi di costituzionalità in astratto, bisogna essere in grado di farli valere efficacemente in concreto. Nella specie, l’esito rimane incerto.
Ripetendo l’esperienza del Porcellum si potrà arrivare in Corte, ma probabilmente – come allora – dopo il voto, e rimanendo poi in carica il Parlamento già eletto (Corte cost., sent 1/2014). I dubbi sono certo molteplici e li ho già più volte segnalati. Ma bisogna essere prudenti sull’orientamento della Corte. Non a caso Donzelli (FdI) dichiarando il voto sull’art. 1 ha richiamato espressamente a sostegno le sentenze 1/2014 e 35/2017, contestando alle opposizioni di non averle lette. Probabilmente la proposta è stata scritta con un occhio alle esigenze della maggioranza e l’altro alla giurisprudenza della Consulta, sfruttandone tutti i possibili punti deboli. Per esempio, sulle preferenze farlocche leggiamo che la possibilità per le liste minori di avere eletti solo tra i capilista bloccati “costituisce una conseguenza (certo rilevante politicamente) che deriva, di fatto, anche dal modo in cui il sistema dei partiti è concretamente articolato, e che non può, di per sé, tradursi in un vizio d’illegittimità costituzionale” (Corte cost., 35/2017).
Quindi, prepariamo le carte bollate. Ma sapendo che il primo e decisivo duello è nelle urne e l’arma (la legge elettorale) la sceglie la destra. Il seguito della storia dipenderà da chi vince e chi perde.

