Pericolo scongiurato?

di ELIO RINDONE - Libero Pensiero n 90 - 20/02/2020
Senza una severa autocritica e un deciso cambio di rotta, in particolare del PD e del nuovo partito nato con la scissione attuata da Renzi – cose che non paiono per ora all’ordine del giorno – il pericolo del ritorno al potere della destra peggiore è tutt’altro che scongiurato

Con la nascita del governo PD-M5S e il passaggio della Lega all’opposizione, milioni di italiani hanno tirato un sospiro di sollievo. Ma l’eventualità di una vittoria di Salvini alle prossime elezioni politiche, col rischio di una possibile svolta autoritaria, a mio avviso non è affatto da escludere. In effetti, si può davvero credere che il malcontento che ha indotto tanti cittadini a votare per la Lega alle elezioni europee sia scomparso dopo pochi mesi?
C’è da augurarsi, certo, che il nuovo governo riesca a poco a poco a rimuovere le ragioni oggettive di quel diffuso malessere che ha trovato i suoi bersagli preferiti nell’Unione Europea e nei migranti che sbarcano in Italia: e non a caso, dato che l’UE, dimenticando il progetto del Manifesto di Ventotene che sognava una rivoluzione socialista, è solo un grande mercato retto dai principi del neoliberismo, e la presenza degli immigrati costituisce oggi “l’esercito industriale di riserva”, di cui parlava Marx, che produce la svalutazione della ‘merce lavoro’ e quindi la riduzione dei salari. Ma si tratta di un’impresa tutt’altro che facile, anche perché di quel malessere sono responsabili almeno in parte le forze politiche sedicenti di sinistra che sono state più volte al governo negli ultimi decenni. E senza una severa autocritica e un deciso cambio di rotta, in particolare del PD e del nuovo partito nato con la scissione attuata da Renzi – cose che non paiono per ora all’ordine del giorno – il pericolo del ritorno al potere della destra peggiore è tutt’altro che scongiurato.
A giudizio di autorevoli commentatori, infatti, il successo della Lega dipende, più che dalle tendenze xenofobe e razziste di tanti italiani, proprio dalle politiche messe in atto dal Partito Democratico, i cui dirigenti hanno perso ogni contatto con i lavoratori, ignorandone totalmente i disagi e le esigenze, tenendosene alla larga o trattandoli con una presunzione e un’arroganza che risultano semplicemente insopportabili. Tali critiche trovano ampio riscontro nella mia esperienza, certamente limitata, di cittadino che vive a Roma e che tenta di osservare senza preconcetti la realtà che lo circonda. Gli esempi che seguono mi sembrano particolarmente significativi.

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Per arredare un appartamento ho recentemente acquistato, perché i prezzi sono molto convenienti, dei mobili all’Ikea, la multinazionale svedese con sede legale nei Paesi Bassi: il materiale mi è stato consegnato a casa da un marocchino e un ucraino, ed è stato montato da due rumeni. Il motivo per cui i lavoratori assunti dall’Ikea sono stranieri è molto semplice: si accontentano di 3 euro l’ora e hanno minori tutele legali degli italiani. Ho poi sostituito le vecchie finestre con infissi a doppi vetri: il proprietario della ditta a cui mi sono rivolto mi ha raccontato che in passato non si limitava a montare gli infissi ma li fabbricava, mentre ora trova più economicamente vantaggioso comprare e montare quelli fabbricati in Polonia. Ovvie conseguenze della decisione: chiusura della fabbrica italiana e licenziamento degli operai.
Nel quartiere in cui abito, poi, ho registrato in pochi anni numerosi cambiamenti: a duecento metri dal negozio del mio barbiere, che fa pagare 13 euro un taglio di capelli, un immigrato del Bangladesh ne ha aperto un altro dove lo stesso servizio costa 7 euro, mentre i negozi di oggetti per la casa sono ormai tutti gestiti da cinesi. Il fruttivendolo italiano, inoltre, si è trovato a fare i conti con quello egiziano, la lavanderia con una gestita da indiani, mentre le colf sono in genere filippine; e anch’io ho sostituito il mio idraulico con un rumeno. Il motivo per cui tanti italiani sono disoccupati o chiudono le loro botteghe o vedono contrarsi i propri guadagni è sempre lo stesso: non possono reggere la concorrenza degli stranieri perché sul mercato del lavoro non sono competitivi. Gli immigrati costano meno degli italiani: superfluo ricordare cosa succede nelle campagne pugliesi, dove migliaia di stranieri sono impiegati in nero con orari massacranti, e per pochi euro al giorno, nella raccolta dei pomodori.
Inoltre, un mio amico, che come medico di famiglia ha lo studio in un quartiere della degradata periferia romana, mi diceva che gli immigrati ivi residenti godono delle sue prestazioni e ricevono gratuitamente le medicine esattamente come gli italiani che hanno contribuito, pagando per decenni le tasse, a costruire il sistema sanitario nazionale e ai quali, in un periodo di crisi come quello attuale, dal 2011 si chiede pure un superticket, che sarà abolito solo a settembre 2020, per le visite specialistiche. Immigrati che, se aprono un negozio, si avvantaggiano di particolari agevolazioni fiscali che non spettano agli italiani che vogliono iniziare un’attività commerciale dello stesso genere. Comprensibili le reazioni rabbiose dei negozianti della zona e dei pazienti che per la sempre più diffusa povertà non riescono a curarsi.
Ancora, un anziano conoscente, che vive di una modestissima pensione dopo una vita di duro lavoro, mi parlava del crescente fastidio che prova nel vedere giovani africani in perfetta salute occupare le giornate fermando i passanti nel tentativo di vendere braccialetti e collanine. E io stesso ho assistito su un autobus affollato alla scena di una signora ultracinquantenne e sovrappeso che viaggiava in piedi mentre quattro ragazzi neri ridevano e scherzavano comodamente seduti. Difficile immaginare che queste persone possano resistere alla seduzione di chi si presenta con lo slogan: prima gli italiani. E come stupirsi dell’indignazione di tanti lavoratori nei confronti di un ceto politico che per anni non ha saputo o voluto farsi attento al loro malessere?
Un’ultima osservazione: il mio giornalaio, che abita nei pressi di piazza Vittorio, la più vasta di Roma e sede di un famoso mercato, oggi multietnico come tutto il quartiere Esquilino, mi raccontava della visita, negli ultimi giorni della campagna elettorale per le europee, di alcuni volti noti del PD, interessati a chiedere voti più che ad ascoltare le lamentele dei cittadini, le cui contestazioni – dall’alleanza con Berlusconi alle modifiche dello Statuto dei lavoratori – venivano respinte con malcelato fastidio come frutto dell’ignoranza di gente che non sa cosa significa fare politica.

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In effetti, è difficile negare che il Partito Democratico, avendo abbandonato la difesa dei diritti dei lavoratori, sia oggi percepito come espressione delle classi benestanti e della sinistra radical chic. Non è un caso che pochi mesi fa, dopo l’elezione di Nicola Zingaretti a segretario, persino l'ex premier Romano Prodi abbia dichiarato: "Il Pd sta cambiando, la direzione è molto diversa, non è più il partito dei ricchi". Dichiarazione che, da una parte, ha fatto infuriare alcuni leader, che sentono così delegittimato il loro operato degli ultimi anni e, dall’altra, appare poco credibile, se si pensa che nell’era Zingaretti non si sono fatti per nulla i conti col passato, i parlamentari sono sempre quelli scelti in buona parte da Renzi e in posti chiave troviamo Gentiloni, Zanda, Orlando, Franceschini, De Micheli…, di cui tutto si può dire ma non che suggeriscano l’idea che sia iniziato il rinnovamento del partito.
E il PD è percepito non solo come il partito dei ricchi ma anche come un partito appiattito sulle posizioni neoliberiste dell’Unione Europea. Il risultato negativo delle elezioni di maggio – ma Prodi sembra non accorgersene, tanto da proporre di “battezzare questa necessaria coalizione filoeuropea 'Orsola', cioè la versione italiana del nome della nuova presidente della Commissione europea” – è stato, infatti, ovvia conseguenza di una campagna elettorale pro Europa che ha lasciato a Salvini l’esclusiva delle critiche, in certi casi più che giustificate, alle politiche comunitarie. È quanto hanno messo in evidenza, commentando l’esito delle elezioni, intellettuali e politici che non sono certo sospettabili di simpatie di destra, la cui voce è totalmente censurata sui grandi mezzi d’informazione.
Eccone qualche esempio. Piero Bevilacqua: “Davvero sarebbe sbagliato non cogliere, in tante rivendicazioni vincenti della campagna del capo della Lega, una battaglia contro le politiche di austerità di Bruxelles e dei governi italiani, che hanno prodotto la più grave sperequazione nella distribuzione della ricchezza degli ultimi decenni. Il risentimento nazionale per l’umiliazione patita da parte dell’UE, a trazione tedesca, ha trovato in Italia la migliore incarnazione in Salvini […]. È la campagna che avrebbe dovuto fare il PD senza Renzi e che non ha neppure abbozzato, rimasto in stato di ibernazione per 18 mesi” (28/5/19).
Così Raul Mordenti, dopo avere ricordato che “la distruzione capitalistica della scuola e dell’università e la loro aziendalizzazione” sono state “perseguite con costanza sia dalla destra che dal PD”, si chiedeva ironicamente: “ora il proletario vota per il suo padrone, ma è anche successo che i partiti ‘di sinistra’ abbiano votato per il ‘pacchetto Treu’, o per la guerra in Jugoslavia, o per la ‘riforma Fornero’, o per l’austerità comandata dalle banche europee, o per il jobs act, etc. Quale delle due cose viene prima? Cosa ha provocato l’altra?” (31/5/19).
Ancora Franco Russo: “Le classi lavoratrici e popolari hanno voltato le spalle alla sinistra e si rivolgono, per essere difese, proprio a coloro che sostengono i loro sfruttatori e oppressori, fenomeno non nuovo perché fascismo e nazismo si sono impadroniti del potere politico grazie al sostegno non solo dei ceti capitalistici e degli apparati statali ma anche di larghe masse popolari e operaie” (1/6/19). È innegabile: i neoliberisti, anche grazie al controllo dei grandi mezzi d’informazione, riescono a far votare i lavoratori contro i loro stessi interessi. Perciò sarebbe più urgente che mai, come direbbe il vecchio Gramsci, una battaglia per l’egemonia culturale. Se ci fosse una sinistra disposta a combatterla.
Ma forse è proprio questo il problema: la sparizione nel confronto politico di termini come sfruttatori e sfruttati, mentre in realtà il conflitto tra le classi è di estrema attualità. A ricordarlo, ormai, sono soltanto i multi miliardari come Warren Buffett, il terzo uomo più ricco al mondo, che alcuni anni fa chiedeva di aumentare le tasse ai paperoni: "La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l'ha vinta. Noi siamo quelli che abbiamo ricevuto riduzioni fiscali in modo drammatico". Si riferiva al fatto che in America le diseguaglianze sono cresciute enormemente: mentre nel 1992 i quattrocento cittadini con il reddito più alto guadagnavano una media di 40 milioni di dollari all'anno, nel 2011 la media era balzata a 227 milioni. Nello stesso periodo, le tasse di questi ultraricchi sono diminuite dal 29 al 21 percento.
Poiché qualcosa di simile è avvenuto anche in Italia, ad opera di governi di tutti i colori, il tema della difesa dei lavoratori viene ora cavalcato dalla destra. Non c’è da stupirsi, quindi, se oltre il 18% degli iscritti della CGIL alle europee ha votato per la Lega, che con la sua chiusura ai migranti sembra poter garantire i lavoratori italiani dalla concorrenza straniera e dall’insicurezza derivante da troppo rapidi cambiamenti del contesto sociale. Osserva infatti Gianfranco Pasquino: “Salvini si è impadronito di due temi chiave per i tesserati: l'immigrazione, che viene descritta anche come una sfida occupazionale” e poi “la sicurezza: probabilmente molti operai o pensionati iscritti ai sindacati sentono questa esigenza. Io non condivido le risposte che dà Salvini, ma almeno, a differenza della sinistra, alcune risposte le dà” (17/6/19).
E le soluzioni disumane adottate nei confronti dei migranti, in mancanza di proposte alternative credibili, hanno fatto breccia non solo nel mondo operaio ma pure in quello cattolico, che si immaginava, forse con una certa ingenuità, sempre disponibile all’accoglienza. Come emerge da una ricerca curata da Ilvo Diamanti, infatti, la percentuale dei cattolici praticanti che ha votato Lega è passata in un anno dal 12 al 27. E serve a poco presumere che si tratti di cattolici più per tradizione che per intima convinzione: sono cittadini che esercitano legittimamente il loro diritto di voto.
Se tanti cattolici si riconoscono nell’ostentazione del rosario durante i comizi più che nella pratica dell’amore del prossimo, non basterà certo a cambiare le cose la ripetuta citazione dei versetti del vangelo che invitano all’accoglienza dello straniero: occorrerebbe qualcosa di molto più impegnativo, e cioè una formazione delle coscienze da parte della comunità dei credenti. Se manca, o è insufficiente, questo lavoro a monte, i sedicenti pastori farebbero bene a riconoscere il proprio fallimento piuttosto che stupirsi per le scelte antievangeliche di un gregge che li ascolta sempre meno. Il regolare pagamento delle tasse dovute dal Vaticano allo Stato italiano, come stabilito da una recente sentenza della Corte di giustizia europea, sarebbe poi decisamente più efficace per i fedeli, come testimonianza di sollecitudine della gerarchia ecclesiastica nei confronti del prossimo, di qualche gesto eclatante e isolato, come quello dell’elemosiniere del papa che ripristina la corrente elettrica in un immobile di occupanti morosi.
Ecco il punto: troppo a lungo i nostri governanti hanno dato per scontato che, per la sua posizione geografica, l’Italia dovesse essere il Paese europeo dell’accoglienza illimitata. Ma, nell’assenza di una politica migratoria ragionevole e lungimirante a livello europeo, era inevitabile il moto di rigetto di parte dell’elettorato, perché non si può non riconoscere, ricorda Raffaello Morelli, che “l’accoglienza di massa non può essere indiscriminata: sia per il dato delle risorse necessarie al territorio per sostenerla, sia per il dato del tempo di maturazione necessario per renderla accettabile dai cittadini. E in una democrazia laica sono i cittadini – spesso i gruppi dirigenti religiosi e ideologizzati lo dimenticano – che decidono” (20/1/2019).

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Se questo è il quadro sconfortante dell’Italia di oggi – per non parlare della diffusa corruzione, del potere della mafia, del controllo del grande capitale sull’informazione, degli interessi da pagare per un debito pubblico che cresce da trent’anni e di altre bazzecole del genere – cosa può fare chi è preoccupato per il possibile ritorno di Salvini, che potrebbe davvero costituire una minaccia per la stessa tenuta democratica del Paese? Quale governo sarebbe necessario? Le risposte a mio parere sono ovvie, anche se allo stato dei fatti possono apparire pura utopia.
Riscoprire il conflitto sociale. Un governo che voglia contrastare la destra dovrebbe anzitutto preoccuparsi di questioni quali la redistribuzione della ricchezza, l’aumento dei salari e la lotta alla disoccupazione, elaborando “programmi che cercano il sostegno di blocchi sociali maggioritari e trasversali e che, qualche decennio fa, sarebbero stati definiti socialdemocratici, ma oggi, nell’epoca del totalitarismo liberalliberista, suonano sovversivi, nella misura in cui possono rappresentare un primo passo verso la trasformazione delle lotte del cittadino ribelle in lotta di classe” (Carlo Formenti, 13/3/19).
Se le classi sociali ci sono, e se i loro interessi sono contrapposti, bisogna schierarsi, prendere posizione su ciascuna questione, elaborare progetti alternativi a quelli proposti dal grande capitale, appoggiare tutte le forme di lotta nonviolenta. E allora sarà facile smascherare l’inganno dello slogan ‘prima gli italiani’. Ma quali italiani? Gli sfruttati o gli sfruttatori, quelli che pagano le tasse o i grandi evasori, i mafiosi e i corrotti o le vittime della mafia e dell’illegalità? Non sarebbe difficile a questo punto mostrare da che parte sta Salvini, facendo emergere la realtà: la prima causa della crescente povertà di milioni di italiani non è l’arrivo dei migranti ma una politica economica asservita agli interessi dei ceti privilegiati.
Denunciare il carattere neoliberista del progetto europeo. Una posizione altrettanto netta, poi, dovrebbe essere presa nei confronti dell’Unione Europea, anche in questo caso svelando la realtà nascosta dalla propaganda: “Gli Eurocrati, scrive Gabriel Galice, vogliono farci credere che l’UE realizzi gli Stati Uniti d’Europa sognati da Victor Hugo, come i comunisti staliniani volevano far passare il socialismo realmente esistente per il comunismo sperato da Marx o i liberali il neocapitalismo attuale per quello profetizzato da Adam Smith” (30/06/2016).
E la realtà da portare alla luce è questa, scrive Carlo Formenti: l’Unione costruita dai trattati è “un mostruoso esperimento istituzionale che tenta di mettere in pratica l’utopia del fondatore del liberalismo moderno, von Hayek”, un’utopia che “si propone di spezzare il rapporto biunivoco fra politica e territorio neutralizzando, assieme alla sovranità nazionale, i conflitti sociali e la possibilità di offrire loro rappresentanza democratica”. Una volta indebolita l’autonomia decisionale degli Stati membri, il “sistema dei trattati assume valore costituzionale, agisce di fatto come una costituzione senza Stato e senza popolo”: il richiamo ai vincoli europei infatti “è servito sistematicamente a legittimare le riforme neoliberali: tagli alla spesa sociale, privatizzazione di tutto il privatizzabile, precarizzazione del lavoro e, last but not least, l’implementazione nella nostra Costituzione (attraverso il famigerato articolo 81) del Fiscal Compact, cioè del divieto costituzionale di adottare politiche economiche keynesiane” (13/3/19).
Se è vero che dal Trattato di Maastricht del 1992 in poi nei Paesi dell’Unione si è realizzato, dove più dove meno, il programma di von Hayek – privatizzazioni, abbassamento delle tasse, smantellamento dello Stato Sociale – per opporsi a questo disegno non c’è che una sola via percorribile: la riaffermazione del ruolo dei singoli Stati. “Il recupero di sovranità, scriveva tempo fa Gianpasquale Santomassimo, è per noi indispensabile perché è l'unica condizione che può consentire  con fatica  di riattivare il meccanismo di sviluppo che i termini del ‘vincolo esterno’ intesero tagliare alla radice, impedendo l'intervento statale e condannando l'Italia a una lunga stagnazione trentennale”. In effetti, lo spazio nazionale è “il terreno di lotta irrinunciabile per qualunque politica che voglia modificare lo stato di cose esistente perché, ci piaccia o meno, gli assetti europei si definiscono attraverso la composizione di un equilibrio conflittuale tra interessi nazionali”. Tutelare l’interesse nazionale, termine purtroppo scomparso dal lessico della sinistra nota ancora Santomassimo, non significa necessariamente smantellare tutto ma contrastare quella costruzione europea che ha indiscutibilmente prodotto “una regressione sul piano economico e sociale per il nostro e per altri popoli europei” (8/9/18).
Regressione che comporta effetti devastanti: in Italia, una lunga crisi che ha costretto tra il 2013 e il 2017 oltre 244 mila connazionali con più di 25 anni – di cui il 64%, 156 mila, laureati e diplomati – a lasciare, nonostante i prevedibili disagi, il Paese per cercare lavoro all’estero. E una vita di sofferenze e di stenti per cinque milioni di poveri, che sono privati del diritto a quell’esistenza “libera e dignitosa” di cui all’art. 36 della nostra Costituzione, articolo stranamente dimenticato da chi, per altro meritoriamente, ricorda l’art. 10 che garantisce in determinati casi allo straniero il diritto d’asilo.
Ed effetti ancor più tragici in Grecia: se i nostri giornali danno qualche spazio ai migranti che muoiono nell’attraversare il Mediterraneo, censurano totalmente altre notizie non meno agghiaccianti ma decisamente più sgradite ai poteri che determinano la politica europea. Si sa che la Troika (Fondo monetario internazionale-Unione EuropeaBanca centrale europea) ha imposto al governo greco varie misure, tra cui tagli alle pensioni, svendita di beni pubblici, riduzione dei salari, ma non se ne raccontano le conseguenze: il numero di suicidi negli ultimi tre anni è aumentato del 35%, il 23% dei minorenni vive in povertà estrema, il 20% dei cittadini non ha accesso alle cure mediche, la mortalità infantile è aumentata del 43%, il numero dei bambini nati morti del 20%. Il vicedirettore del Corriere della Sera, Federico Fubini, ha confessato: “c’è un articolo che non ho voluto scrivere sul Corriere della Sera”. Cioè: è meglio non dare la notizia che in Grecia con la crisi sono morti 700 bambini in più di prima della crisi, perché altrimenti qualcuno potrebbe cominciare ad aprire gli occhi sulla disumanità delle politiche di austerità imposte dall’UE. Oltre che sulla disumanità della politica europea dei porti chiusi, che non è certo un’esclusiva dell’Italia.
Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che al sovranismo di destra, con venature autoritarie identitarie e xenofobe, alleato “con le peggiori oligarchie degli affari e del potere, si chiamino mafie, massoneria o think tank globali, settori tradizionalisti della chiesa d’occidente o aspiranti dittatori venuti dall’est” (Marco Revelli, 1/6/19), bisognerebbe contrapporre non un ‘governo Orsola’ ma un sovranismo di sinistra caratterizzato, come propone Carlo Galli nel suo ultimo libro (Sovranità, 2019), dalla volontà di combattere la “sovranità del mercato” restituendo ai governi nazionali gli strumenti per garantire ai cittadini, in particolare ai più bisognosi, “protezione fisica e promozione sociale della persona” e così “difendere o restaurare la democrazia”, oggi messa in pericolo dallo strapotere della finanza. E smetterla perciò, suggerisce Gianpasquale Santomassimo, di “delirare su populismo e sovranismo”, “trattare da fascisti e razzisti le masse popolari”, “discettare di «ossessioni securitarie» e immaginare che il ‘multiculturalismo’ sia un pranzo di gala privo di lacerazioni e drammi” (11/3/18).
Impegnarsi in un processo formativo che metta i ceti impoveriti in condizione di farsi protagonisti del loro riscatto economico. Un governo di svolta dovrebbe infine dedicare tempo ed energie alla crescita culturale dei ceti disagiati per metterli in grado di vedere con oggettività la propria condizione, comprenderne le cause e intraprendere un cammino di liberazione umana. Compattare in un percorso di emancipazione le diverse componenti sociali che hanno interesse a contrastare il predominio neoliberista, e oggi colonizzate da raffinate operazioni di indottrinamento finalizzate al controllo sociale, è certamente un compito molto arduo. Non si tratta più, come un secolo fa, di insegnare a leggere e a scrivere ma di far crescere quel senso critico che permette di guardare la realtà da punti di vista diversi da quelli preconfezionati dal potere, e di prendere perciò coscienza dei veri problemi e delle loro soluzioni possibili, per assicurarsi, come scrive ancora Galli, “un futuro da cittadini e non da consumatori indebitati”.
Compito non facile perché incultura, conformismo ed egoismo sono aumentati. E questo degrado non è casuale ma testimonia la crisi del nostro sistema democratico, perché precisa responsabilità delle istituzioni è quella di elevare il livello culturale dei ceti popolari: come scriveva Alessandro Robecchi qualche anno fa, c’è “una specie di equazione della democrazia: se i poveri sono ignoranti bisognerà lavorare per avere meno poveri e meno ignoranti. Questo significa welfare e riduzione delle diseguaglianze, mentre invece da decenni – in tutta Europa e pure qui da noi – si è ridotto il welfare e si è aumentata la diseguaglianza” (29/6/16).
Ecco: ce ne sono cose da fare per chi da sinistra vuole opporsi a Salvini. Smettere di combatterlo a parole e contrastarlo con i fatti, seguendo il consiglio di Ada Colau, da poco riconfermata alcaldessa di Barcellona: «bisogna fare la sinistra, senza nominarla», dato il discredito attuale del termine. E la prima cosa di sinistra da fare sarebbe non dare demagogicamente il diritto di voto ai sedicenni ma farsi carico di quel compito formativo che è decisivo per la crescita delle nuove generazioni perché, come insegnava Platone più di duemila anni fa, “bisogna considerare responsabili del male i genitori più dei figli e chi educa più di chi è educato, e si deve cercare, per quanto si può, mediante l’educazione, i costumi e gli insegnamenti, di fuggire la malvagità e di conseguire il suo contrario”

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23 marzo 2020

La giusta misura

Sergio Caserta
27 maggio 2020
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