A settembre torneremo nel vivo della discussione sulla riforma della legge elettorale. L’ultima puntata di questa già lunga storia ad oggi è stata la sbandata della maggioranza alla Camera con la mancata approvazione della proposta governativa del voto di preferenza che, a quanto dice la presidente Meloni, sarà ripresentata al Senato. Il termine per gli emendamenti è fissato al 1° settembre, a metà settembre dovrebbe concludere l’iter al Senato per passare poi di nuovo alla Camera. Le previsioni parlano del testo definitivo entro novembre, forse anche prima.
Si attende per la fine di ottobre anche la decisione della Corte di Cassazione sulla vigente legge elettorale n. 165 del 2017, comunemente nota come “Rosatellum” che potrebbe portare ad una rimessione alla Corte Costituzionale di questo testo.
Considerando che in caso di approvazione la nuova legge elettorale sarebbe sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale – è già stato costituito un Comitato che forte di 150 avvocati da ogni parte d’Italia prepara i ricorsi – ci troveremmo in una situazione di grande tensione istituzionale, peraltro potendo contare sulla ponderazione e l’equilibrio del Presidente della Repubblica. Su possibili interventi di Mattarella in caso di promulgazione del testo con la previsione del premier rimando all’interessante articolo del professor Antonio D’Andrea apparso il 26 agosto sul Fatto Quotidiano.
Perché Meloni vuole a tutti i costi una nuova legge elettorale? La ragione vera è che sa di rischiare di perdere con il Rosatellum rispetto ad un fronte di opposizione unito. La ragione formale è quella di voler garantire la stabilità al governo ed evitare di dover ripetere le elezioni in caso di caduta della maggioranza. Detto da una presidente del consiglio che con l’attuale legge presiede il governo che il 4 settembre diventerà il più longevo della storia repubblicana suona stonato.
Prendiamo comunque per buona l’argomentazione di Meloni che ritiene che la stabilità del governo, che si può ottenere con un premio di maggioranza, sia un valore fondamentale per il bene del paese. Alla stabilità si contrappone il principio della rappresentatività del Parlamento eletto con un sistema proporzionale, come avvenuto in Italia fino al 1993. Un governo stabile dovrebbe garantire la realizzazione del programma elettorale con il quale si presenta la parte che vince le elezioni. Questo per il bene del paese.


